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- mercoledì 7 agosto 2019

Lo sdoganamento dei meme brutti in comunicazione politica

(post di Dino Amenduni)

Il vicepresidente del Consiglio, nella notte di lunedì, ha pubblicato il seguente post.

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Non entrerò nel merito politico della decisione, ma questa scelta può avere conseguenze rilevanti sulla storia della comunicazione politica online in Italia. Provo a spiegare il perché:

A. Il “buongiornismo” diventa comunicazione istituzionale

Moltissimi lettori di questo post (nonché il suo autore) avrà visto almeno una volta un’immagine del genere, almeno una volta, in una chat Whatsapp, sulla propria bacheca Facebook o su un qualsiasi punto di contatto in Rete. Un amico, un familiare, uno sconosciuto ha realizzato contenuti tecnicamente simili, o lo ha ricevuto da qualcun altro. La stragrande maggioranza degli addetti ai lavori avrà stroncato, più o meno esplicitamente, le scelte realizzative. Grafica grossolana, font poco elegante (ammesso che ne sia stato usato solo uno), impaginazione molto discutibile, eccesso nel numero di messaggi inviati attraverso una sola immagine: il ‘compleanno di Maria’, gli auguri alla mamma (?), la richiesta di protezione. È assai probabile che queste perplessità siano condivise da chi cura, a livello professionale, la comunicazione della Lega. Eppure quel meme è stato ugualmente pubblicato. Qui l’elemento di analisi non è semplicemente legato al messaggio politico che il meme sottende, ma al perché si sia deciso di pubblicare un’immagine che sarebbe stata ruvidamente bocciata in qualsiasi agenzia di comunicazione. La scelta di Salvini e del suo staff sembrerebbe ispirata a promuovere un processo di slittamento dell’identificazione tra leader e suoi elettori: dal modello berlusconiano, verticale, in cui lo scopo della proiezione simbolica era mostrare un mondo dorato, ricco, fatto di ville in Sardegna e di feste sopra le righe e fare l’occhiolino all’elettorato dicendo implicitamente “un giorno anche tu potresti essere qui” al modello salviniano, orizzontale, in cui è il politico che va verso l’elettore per dirgli “io sono come te”. In questo caso è come se si fosse cercata una specie di catarsi per i produttori di meme gentisti (sull’argomento suggerisco la lettura di “La Gente” di Leonardo Bianchi, che aveva intravisto certe tendenze molto prima che fossero una linea di condotta a Palazzo Chigi): tutti, in potenza, possono diventare spin doctor, perlomeno all’interno della loro cerchia di amici. Questo slittamento è, come spesso è accaduto anche in passato, ampiamente accompagnato dai media di area. La prima pagina di Libero di ieri ospita una foto di Salvini in costume da bagno con il titolo “Panzette chic contro panza proletaria”. Essere sovrappeso, insomma, diventa un titolo di vanto. È giunto il momento di liberarsi dal fitness, dalle diete, da tutti quelli che ti dicono come mantenerti in salute, e poco importa se quelli che te lo dicono lo facciano, in fondo, per il tuo bene.

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B. Il contenuto è più importante della forma (anche se…)

Questo elemento non è certo una novità in comunicazione, ma il meme di Salvini rende ancora più evidente che la bilancia pende sul primo elemento a discapito del secondo. Certo, la forma aiuta assai a rendere un contenuto godibile, fruibile con facilità, comprensibile a grandi quantità di persone (ed è il motivo per cui esistono, e ha ancora senso che esistano, le agenzie di comunicazione), ma in questo caso accadono due cose: una forma del tutto deficitaria dal punto di vista tecnico non inficia la viralità del contenuto e in teoria quel meccanismo di identificazione tra produttori di meme brutti e ministro dell’Interno che li sdogana potrebbe addirittura favorire un processo di maggiore condivisione del contenuto. In queste circostanze è inoltre opportuno ricordare che l’engagement misurabile sui social è un elemento certamente rilevante nell’analisi del successo o del fallimento di una scelta di comunicazione, ma quel dato non è di per sé esaustivo. Poco o nulla si sa, infatti, di come quel meme stia girando nelle stesse reti che sono solite maneggiare quel tipo di elementi grafici e che non troveranno nessun tipo di conflitto cognitivo (a condizione che condividano il messaggio contenuto nel meme, chiaramente) nel condividere un meme brutto prodotto da un’importante carica istituzionale. In fondo, è solo un’altra immagine simile alle decine di immagini che ci si passa ogni giorno su Whatsapp e simili, e tutto sembra (dal punto di vista estetico) fuorché un messaggio politico/elettorale.

C. La sfida per i comunicatori di professione

In queste ore, in tante agenzie creative, sarà balenata la seguente domanda: “Ma a questo punto a che ci sbattiamo a fare?” Perché realizzare immagini e contenuti per il web assolutamente impeccabili dal punto di vista grafico se basta un meme tecnicamente inguardabile, con tutta probabilità prodotto da terzi e ripreso da Salvini (senza citazione della fonte) per ‘fare i numeri’ sui social? La questione non è banale e pone un interrogativo relativo al futuro prossimo della comunicazione politica online, soprattutto durante le fasi di gestione ordinaria dei social media, lontano dagli appuntamenti elettorali in cui un certo tipo di coerenza nelle scelte stilistiche, nell’uso dei caratteri e dei messaggi rimane fondamentale. Durante un giorno medio di gestione di una pagina pubblica di un politico sui social media è più importante realizzare card perfette dal punto di vista stilistico, a costo di perdere più tempo rispetto alla pubblicazione di un contenuto imperfetto prodotto da terzi, con l’ulteriore rischio di apparire freddi e, in definitiva, pubblicitari? O piuttosto ha senso cogliere le occasioni come vengono (un altro dato da tenere in considerazione è la scelta di Salvini di pubblicare quell’immagine alle 23, mandando al diavolo anni di letteratura di comunicazione commerciale sugli “orari giusti di pubblicazione”), sfruttando tutto ciò che è coerente col messaggio che si intende lanciare, e addirittura decidendo di pubblicare contenuti sbagliati dal punto di vista meramente tecnico perché così si favorisce un elemento maggiore di identificazione tra mittente e destinatario?

- giovedì 18 luglio 2019

Appunti per costruire campagne efficaci sui diritti civili

(Post di Dino Amenduni, ha collaborato Isabella Borrelli)

1. L’Irlanda sceglie l’aborto

L’aborto in Irlanda è stato illegale per molto tempo in più rispetto ad altri stati europei in senso contrario (il referendum sull’aborto, in Italia, risale ad esempio al 1978) Non solo: nel 1983, grazie a un referendum, fu introdotto in Costituzione l’Ottavo emendamento, che considera un feto una persona, con gli stessi diritti di ogni cittadino, rendendo di fatto impraticabile dotarsi di una qualsiasi legge che permetta di abortire.

Il 25 maggio 2018 è stato però convocato un referendum sulla questione, e gli irlandesi (cittadini di una nazione considerata molto cattolica) hanno scelto il diritto all’aborto con uno schiacciante 66.4%. Cinque anni prima, sempre con un referendum, l’Irlanda aveva votato per le unioni civili tra persone dello stesso sesso (primo paese europeo a consentirlo).

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Cosa ha funzionato

Una campagna social coinvolgente e serrata, basata su alcuni elementi simbolici forti come ad esempio gli hashtag #RepealThe8th (“abroghiamo l’Ottavo emendamento”), #Together4Yes, l’hashtag ufficiale della campagna elettorale, insieme per il sì, o #hometovote, che faceva appello agli irlandesi che vivono all’estero affinché tornassero in patria per votare. Questo ha portato all’emersione di alcuni dati che lasciavano prefigurare la vittoria del sì già molte settimane prima del referendum del 2018, in particolare la scelta di 120mila irlandesi di pre-registrarsi alle liste elettorali, un dato enorme se si considera che i cittadini irlandesi sono circa 4,7 milioni. L’integrazione online-offline ha effettivamente funzionato.
L’esporsi di leader di rilievo a sostenere la causa, a prescindere dal loro credo politico. Il premier Leo Varadkar, leader del partito di centro-destra Fine Gael, under 40, di origini indiane, dichiaratamente gay, è stato il primo promotore del referendum sull’aborto. Varadkar ha sostenuto che servissero leggi più moderne per un Paese più moderno, che fermasse le donne irlandesi costrette a emigrare in un altro Paese per praticare l’aborto. L’assenza di una polarizzazione ideologica ha certamente favorito la campagna per il sì.
• Un elemento di contesto, attualità ed emotivo forte. Parte della campagna ha avuto il volto di Savita Haloppanavar, la donna che nel 2012, dopo essere stata ricoverata presso la clinica universitaria di Galway, è morta di setticemia perché le era stata negata la possibilità di effettuare l’interruzione della sua gravidanza. La famiglia di Savita ha ringraziato apertamente il popolo irlandese per il risultato del referendum.

Corollario non banale: i comitati per il no hanno usato tutte le tattiche a cui si è potuto assistere in questi anni, soprattutto in casi referendari come la Brexit o nella campagna elettorale negli Stati Uniti nel 2016 (come l’uso sistematico della disinformazione e l’utilizzo di bot), ma ciò non ha, di fatto, condizionato il risultato. 

2. #loveislove: la lunga marcia degli Stati Uniti verso i matrimoni egualitari

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In questo caso è più sensato raccontare la storia partendo dalla fine. La Corte Suprema degli Stati Uniti, in una sentenza storica del giugno 2015 ha di fatto “liberalizzato” i matrimoni tra persone dello stesso sesso in tutti gli stati USA (qui c’è un’infografica animata che racconta l’evoluzione del riconoscimento di questo diritto negli anni precedenti alla sentenza). La sentenza si riferiva a un caso specifico, cioè alla causa intentata da un cittadino americano, Jim Obergfell, contro lo stato dell’Ohio (in cui risiedeva) per ottenere il riconoscimento del titolo di ‘marito’ nel certificato di morte del suo consorte, John Arthur, morto di SLA.

È evidente che una sentenza di una Suprema Corte è condizionata in modo assai relativo da ciò che è accaduto prima a livello di comunicazione e di campagne, ma è altrettanto vero che la richiesta di Obergfell arriva a margine di anni di battaglie su questi temi ed è probabilmente ispirata da questi ultimi.

A Barack Obama, presidente degli Stati Uniti all’epoca, vanno riconosciuti due meriti.

1. Aver mantenuto la stessa posizione nel corso del tempo, anche quando i sondaggi non erano confortanti. Nel 2015, anno della decisione della Corte Suprema, il 55% dei cittadini americani erano favorevoli ai matrimoni egualitari e il 39% era contrario, ma basta tornare non troppo indietro nel tempo per vedere dati praticamente ribaltati. Nel 2001, infatti, solo il 35% degli americani era favore e il 57% era contrario. Il “sorpasso” dei favorevoli sui contrari è avvenuto non prima del 2011, cioè già tre anni dopo che Obama diventasse presidente degli Stati Uniti.
2. Aver veicolato, probabilmente per primo, uno slogan potentissimo, “Love is Love” (l’amore è amore), sostanzialmente inattaccabile a causa della sua universalità, inclusività e grazie allo spostamento del piano di interpretazione da un livello più razionale (i diritti) a un livello più emotivo (l’amore).

Sintesi: cosa serve a una campagna sui diritti per essere efficace

1. Tempo: sia in Irlanda sia negli Stati Uniti appare evidente che il percorso che ha portato al risultato finale è stato lungo e tortuoso, e ha richiesto grande perseveranza. Cercare di far saltare il banco con azioni estemporanee è assai pericoloso e può portare a buchi nell’acqua che rendono assai più complicato il raggiungimento dell’obiettivo.

2. Inclusività: la tentazione di trasformare le campagne sui diritti civili in guerre ideologiche è naturalmente assai forte. Dividere il mondo in buoni e cattivi è in fondo ciò che, da sempre, fanno le forze politiche che provano a lavorare sulla riduzione dei diritti: la tentazione di restituire questo attacco con un contrattacco uguale e contrario è persino naturale. Ma non funziona. Tanto in Irlanda quanto negli Stati Uniti abbiamo assistito, pur con modalità ovviamente differenti, allo stesso comune tentativo di disarticolare il fronte politico/ideologico classico per cercare maggioranze “sociali”. Tanto Varadkar, che convoca il referendum sull’aborto “da destra”, quanto Obama che si mette alla testa di questo movimento andando di fatto contro i propri interessi elettorali dimostrano che le loro battaglie vanno molto al di là del piantare una bandierina nel proprio campo di gioco.

3. Il raziocinio va bene ma non basta: il caso irlandese è da questo punto di vista eclatante, ma anche in Italia abbiamo assistito a qualcosa di simile qualche mese fa. Il gesto eroico di Rami e Adam, i due studenti figli di genitori stranieri, appena adolescenti, che hanno sventato un attentato a marzo ha portato il dato di gradimento sullo ius soli a livelli che non si raggiungevano da anni. Una campagna lunga e inclusiva richiede perseveranza, una narrazione informata e a prova di controinformazione, ma anche la capacità di cogliere eventuali picchi favorevoli legati a specifiche dinamiche di attualità.

4. Creatività positiva: sia in Irlanda sia negli Stati Uniti abbiamo assistito a operazioni “ispirate” da messaggi connotati positivamente. Together 4 Yes, così come Love is Love, non citano l’avversario nemmeno in maniera simbolica; chiedono piuttosto ai cittadini di entrare nel proprio campo. Rinunciare all’utilizzo di rabbia, paura, emozioni primarie negative per attivare una reazione della popolazione aumenta il livello di fatica (e riduce il numero di strumenti e retoriche a disposizione nel corso di una campagna), ma sembra essere la strada giusta. Il mitico referendum cileno del 1988, quando fu battuto Pinochet con una campagna “indie”, chiaramente senza social visti i tempi, e con un messaggio che ruotava attorno all’allegria (quando sarebbe apparso più intuitivo mettere in luce le atrocità di un regime), continua a essere un’impareggiabile fonte d’ispirazione da questo punto di vista.

- giovedì 6 giugno 2019

Un altro mo(n)do è possibile: una proposta “meridiana” per la comunicazione politica

(post di Dino Amenduni)

La netta affermazione di Antonio Decaro a Bari (riconferma al primo turno con oltre il 66% dei consensi) ha prima di tutto motivazioni politiche molto forti. Non si spiegherebbe altrimenti una tale differenza nell’orientamento dei circa 60000 elettori che entrando nel seggio il 26 maggio hanno scelto di dare fiducia al sindaco e contemporaneamente hanno votato una forza politica che non lo sosteneva alle elezioni europee e nella scelta di quasi 10mila elettori di lasciare la scheda bianca alle Europee per poi indicare una preferenza alle Amministrative.

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Le analisi dei flussi che SWG hanno dimostrato, inoltre, che l’elettorato di Decaro è composto per quasi un terzo da cittadini che avevano votato M5S alle politiche del 2018 e per un altro terzo da persone che, sempre il 4 marzo 2018, non si erano proprio recati alle urne.

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Un risultato del genere sarebbe stato semplicemente impossibile senza cinque anni di buon governo e di buona comunicazione istituzionale e (come sempre in questi casi) la campagna elettorale ha più una funzione di organizzazione delle priorità informative.

Da questo punto di vista si è deciso di adottare un approccio completamente diverso, per certi versi opposto, rispetto a tutto ciò che di solito si considera una buona pratica nella comunicazione politica oggi in Italia.

I sondaggi restituivano un quadro di partenza molto chiaro: altissimi indicatori di fiducia personale nei confronti di Decaro (superiori al 60%) ed enorme differenza tra il consenso personale e quello della coalizione che lo sosteneva. Si è deciso dunque di lavorare su una campagna elettorale totalmente orientata a comunicare la città, la sua crescita negli ultimi cinque anni e il ruolo che Decaro ha avuto in questa riscossa.

I profili social del sindaco sono stati utilizzati in maniera quasi esclusiva per comunicare l’azione di governo, e in parte per promuovere lo storytelling personale del candidato. A differenza di ciò che oggi è possibile vedere dagli account ufficiali dei partiti di governo e in alcuni casi dei suoi leader, in particolare Salvini, si è deciso di non bombardare il pubblico di contenuti a intervalli regolari, anche al ritmo di due o tre post ogni ora; la frequenza di pubblicazione è stata invece molto bassa (in media tre contenuti al giorno, anche a pochi giorni dal voto).

Si è deciso inoltre di non cavalcare questioni politiche nazionali, perché appariva incompatibile con i bisogni strategici del candidato.

Le sponsorizzazioni su Facebook hanno riguardato esclusivamente contenuti relativi all’attività quotidiana dell’Amministrazione, alle cose fatte o al programma elettorale. Non è stato necessario aizzare la folla contro qualcuno, come invece vediamo quotidianamente da account anche di personalità di punta del Governo o da profili istituzionali.

Anche Decaro ha fatto ricorso all’utilizzo delle emozioni primarie nelle sue scelte di comunicazione, ma non ha puntato su paura e rabbia come invece hanno fatto o stanno facendo la Lega e il M5S, ma piuttosto si è deciso di lavorare su sentimenti positivi come la speranza e la gioia.

Si è fatto spesso ricorso all’ironia e anche all’autoironia nei contenuti principali della campagna, a partire da “È colpa di Decaro”, il pezzo rap con cui il sindaco ha raccontato le difficoltà dei primi cittadini, spesso veri e propri parafulmini istituzionali di problemi che molto spesso sono fuori dalle loro dirette competenze. Si è deciso di innovare anche sotto il profilo degli strumenti: Missione Bari, un videogioco che permetteva ai cittadini di svolgere compiti di cura della città, ha permesso a oltre 10000 cittadini di divertirsi e di sposare, ancora una volta, lo stato d’animo generale che la campagna intendeva promuovere.

Infine, si è deciso di fare a meno di Twitter: in una campagna focalizzata sulla città, e in cui non serviva polemizzare, questo strumento è risultato sostanzialmente inutile.

A Bari si è dunque provato a proporre un modello nuovo di comunicazione politica, oserei dire “meridiano”: nessun martellamento mediatico, nessuna polemica, nessuna polarizzazione su temi divisivi, nessun ricorso a emozioni negative. E i risultati hanno dato ragione al sindaco.

- venerdì 31 maggio 2019

Ballottaggi: tre consigli semplici semplici

(post di Dino Amenduni)

Forse siamo in ritardo per questa tornata di amministrative, ma siccome è una domanda che ci viene rivolta spesso, condividiamo la nostra risposta standard.

1. Non avere la smania di dire di tutto

I ballottaggi sono sfide in cui il quadro politico si semplifica, il tempo è poco, una buona parte del percorso elettorale è già stato svolto. È dunque fondamentale rassicurare i propri elettori del primo turno, dando loro buone ragioni per tornare a votare, e mettere in evidenza perché si è meglio dei propri avversari. E spesso sono le diversità, più che i punti in comune, a favorire questa comparazione. Per questo è consigliabile concentrare la propria azione di comunicazione su due, al massimo tre proposte fortemente qualificanti, e di spingere solo su quelle. Fare nuove promesse elettorali dopo il primo turno è assai problematico, perché più ci si avvicina alle elezioni più una promessa suonerà, per l’appunto, solo come una promessa. Questa regola “aurea” ha solo un’eccezione: l’azione suggerita dev’essere molto specifica e la sua attuazione dev’essere semplice e sostenibile sia politicamente sia economicamente. Una buona pratica che ci è capitato di gestire in questo senso riguarda la campagna per le Amministrative a Bologna nel 2016 laddove il sindaco Merola, dopo un risultato inferiore alle aspettative al primo turno e dopo un forte arretramento in alcuni quartiere storicamente “rossi”, annunciò l’innalzamento della soglia di esenzione IRPEF da 12000 a 15000 euro: la misura riguardava circa 20000 elettori.

2. Esaltare l’identità, l’unicità, la diversità del candidato (più che della coalizione che lo sostiene)

Come detto in precedenza: il ballottaggio è una sfida tra differenze, e quindi vanno esaltati gli elementi politici, personali, persino caratteriali che distinguono i due candidati che giungono al ballottaggio. Il secondo turno diventa una sfida tra due persone piuttosto che tra due coalizioni.

3. Nessun tatticismo sui confronti pubblici

A prescindere dal piazzamento ottenuto al primo turno, e dall’ampiezza del margine di vantaggio rispetto all’avversario (il ballottaggio è una campagna nella campagna in cui in molti casi si ricomincia da zero: lo dimostrano i tanti ribaltoni registrati nella storia) è opportuno cercare almeno un confronto pubblico se ci si sente più bravi dal punto di vista retorico, più preparati dal punto di vista del programma o se si ha le certezza di poter far cadere l’avversario in qualche contraddizione sulle sue scelte fatte in passato o su alcune caratteristiche della coalizione che lo sostiene. Chi è indietro, ovviamente, ha ancora più ragioni per cercare un confronto pubblico, anche se si parte da una posizione di svantaggio nella capacità retorica o nella profondità programmatica. Durante un dibattito può sempre succedere di tutto, che è il motivo per cui spesso chi è avanti sfugge ai confronti: una scelta poco democratica, ma comprensibile in chiave elettorale.

- lunedì 6 maggio 2019

Un manifesto a Gorizia, Friuli Venezia Giulia

(post di Dino Amenduni)

Quasi tutti i consulenti politici contemporanei concordano (con più di una ragione) nel considerare l’affissionistica stradale come la tipologia di strumento in assoluto meno efficace per persuadere un elettore. Questo ha portato a un declino anche piuttosto evidente nell’uso di materiali cartacei sui cosiddetti 6×3, e anche le plance metalliche montate nell’ultimo mese di campagna elettorale contengono sempre più di frequente spazi vuoti.

Ciò accade per un ovvio deficit di completezza del messaggio che si può lanciare attraverso i materiali affissi per strada. Non potendo accedere all’ampio ventaglio di possibilità di personalizzazione del messaggio e dei destinatari che è garantito da una pianificazione sui social media, dovendo affidarsi più a immagini che a testi approfonditi per questioni di leggibilità, e intercettando inevitabilmente anche cittadini che non sono elettori nel comune in cui è stato affisso il manifesto (il quale è spesso, a sua volta, circondato da altri manifesti commerciali che ne riducono ulteriormente la peculiarità) il classico manifesto elettorale appare come un colpo sparato un po’ nel mucchio, troppo generalista nel contenuto e troppo dispersivo dal punto di vista della percezione.

Questo assunto che, come detto, è in larga parte condivisibile, è stato messo in discussione più volte da alcune scelte creative intelligenti, bizzarre, certamente provocatorie, che hanno offerto enorme visibilità a campagne di affissioni anche molto contenute dal punto di vista della copertura e degli investimenti economici.

Una storia per certi versi surreale, ma certamente assai istruttiva per comprendere l’evoluzione del fenomeno in corso, arriva da Gorizia.

Un cittadino ha infatti deciso di dirimere una bega con un suo vicino di casa acquistando un singolo spazio 6×3 poco vicino all’abitazione dei due contendenti. Il manifesto in questione contiene la definizione (da vocabolario Treccani) della parola ‘infame’, scritta per esteso e senza immagini.

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(foto via Leggo)

L’investimento per l’acquisto dello spazio è stato modestissimo, considerando un normale budget di campagna elettorale: con 162 euro, infatti, il cittadino si è garantito il diritto di divulgare quel messaggio per 14 giorni. Questa scelta creativa è stata peraltro considerata perfettamente legale dalla Polizia Locale.

La notizia è stata ripresa da numerose testate locali e nazionali e persino dalla Rai del Friuli Venezia Giulia, garantendo dunque un ritorno, in termini di visibilità, assolutamente vantaggioso e incomparabile rispetto alla spesa affrontata.  

Chi ha avuto la fortuna di vedere lo splendido film ‘Tre Manifesti a Ebbing, Missouri’ troverà più di un elemento di familiarità nel leggere tutto questo.

Il caso di Gorizia, pur essendo piuttosto irripetibile, pone dunque una sfida interessante ai comunicatori contemporanei: sembrerebbe possibile, infatti, ottenere enormi risultati in termini di viralità del messaggio (anche superiori a ciò che si può ottenere sui social media) piazzando il manifesto giusto, nel luogo giusto, con la creatività giusta e con la storia giusta da raccontare.

Magari è un azzardo ma chissà: i manifesti stradali potrebbero diventare, a sorpresa, la nuova killer application delle campagne elettorali del prossimo decennio.

- giovedì 21 giugno 2018

Chi influenza gli italiani?

(Post di Michela Tota)

Che significa influenza? Chi o cosa può influenzare il comportamento o le scelte di un individuo? E soprattutto, può un brand influenzare la vita di un consumatore? La risposta è SI e a spiegarcene i motivi è ancora una volta IPSOS nella sua “The Most Influential Brands 2018” ovvero la classifica annuale delle 100 aziende che, secondo l’opinione di oltre 4000 italiani, sono in grado di “influenzare” le nostre vite.

Ma essere influenti nel contesto contemporaneo non è semplice: siamo tutti sovraesposti a stimoli di ogni genere e tipo, nell’arco della giornata incrociamo centinaia di marchi, i più li dimentichiamo velocemente, alcuni li ricordiamo, altri li amiamo. E li amiamo perché li sentiamo affini, perché fanno eco ai valori che abbiamo nel cuore, perché parlano il nostro linguaggio, perché sono etici e responsabili e perché di loro ci possiamo fidare. Anzi, affidare.

Per capire come nasce un influencer, dobbiamo però capire quali sono i fattori che ne determinano l’influenza. IPSOS ne ha isolati cinque: primo fra tutti la corporate citizenship, ovvero la responsabilità. Un’azienda non può più essere solo la fornitrice di un prodotto o un servizio. Essere azienda significa avere un ruolo sociale e avere rispetto delle persone che lavorano per te, dell’ambiente in cui vivi, delle leggi che governano il tuo paese. Per la legge dello specchio, chi rispetta, viene rispettato. Sempre.

 Il secondo fattore è la fiducia “Trustworthy” che è la diretta conseguenza del primo fattore. Un brand che incarna valori etici profondi è, per natura, un’azienda di cui ci si può fidare. E per capire quanto la fiducia sia importante basta dare un’occhiata ai dati: il 66% degli intervistati dichiara di comprare tendenzialmente marchi che riflettono i propri valori, mentre il 63% attribuisce maggiore importanza alle marche di cui si fida.

Il terzo fattore è l’engagement, ovvero la capacità di creare coinvolgimento, fattore che va in coppia con il quarto, ovvero la leading edge ovvero la capacità di fare tendenza. Non a caso i brand posizionati nella top ten sono proprio quelli che le mode le hanno create. Ultimo ma non per importanza, Presence, la presenza. Per essere amato devi essere visto, riconosciuto e soprattutto ricordato.

La TOP TEN

Ci basta guardare le prime tre posizioni per capire come stiano cambiano le abitudini degli italiani: per la prima volta Amazon, colosso delle vendite on line, supera Google e si posiziona al primo posto della classifica. Segno inequivocabile del definitivo ingresso dell’e-commerce tra le modalità di acquisto dei consumatori che, oggi, dal desiderare un prodotto al metterlo nel carrello elettronico fanno passare davvero un attimo.

L’altra novità, strettamente collegata alla precedente, è l’ingresso nella Top Ten di PayPal che si conferma come il metodo di pagamento on line più gradito e ritenuto più affidabile dagli italiani. Non è quindi un caso che i due brand avanzino di pari passo, più aumenterà la fiducia nei metodi di pagamento on line, più si tenderà a spostare gli acquisti dai negozi fisici a quelli virtuali.

Anche i social riservano soprese, Facebook, che per anni ha regnato incontrastato, ha ceduto il posto a WhatsApp, sua controllata, che predilige i messaggi diretti. La veloce ascesa di WhatsApp tra i giovanissimi è ben spiegata dal Prof. Giovanni Boccia Artieri, sociologo, saggista e professore di Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo che, in una recente intervista, ha affermato che “Per la Generazione Z, ovvero i giovani da 15 ai 22 anni, i media sono strumenti attraverso cui fare ‘curation del sé’, ovvero costruire la propria identità per come si vuole essere percepiti, producendo e condividendo contenuti on line a partire da auspicati sé possibili. È per questo che i giovanissimi prediligono piattaforme come WhatsApp, che consentono un maggior controllo delle proprie relazioni, al posto di quelle che portano ad una condivisione broadcast come Facebook. Esattamente come i brand, cercano online la vitalità e la reputazione, monitorano le metriche del loro engagement con i pubblici ma sono attenti ad un uso selettivo dei social media per diverse funzioni e diversi pubblici.”

Tra i social resta stabile la posizione di YouTube che, come lo scorso anno, si posiziona all’8° posto in classifica, mentre interessante è la crescita di Instagram che, se pur in 31° posizione, ha segnato un balzo in avanti impressionante nell’ultimo anno e merita attenzione.

La tecnologia continua a far tendenza grazie soprattutto al grande ascendente dei big del settore, come Apple, Microsoft e Samsung, posizionati rispettivamente al 6, 8 e 9 posto della classifica. Chiude la Top Ten IKEA che, con la sua capacità di identificarsi con il valore supremo della libertà di espressione e di scelta, è entrata nei cuori e nelle case della maggior parte degli italiani.

TOP ten

Superando la linea invisibile dei primi dieci, troviamo finalmente i big del settore food, come Nutella, Parmigiano Reggiano, Barilla, Grana Padano, Ferrero, Mulino Bianco, brand che hanno saputo costruire nel tempo un forte legame identitario con i consumatori basato sulla fiducia e sul rispetto dei valori etici e sociali, valori apprezzati soprattutto dalle generazioni più adulte (Boomers). Tra i brand più citati dai Boomers come “affidabili” ed “etici” troviamo anche Coop e Lavazza che si posizionano tra le prime 50 aziende della classifica.

Generazioni a confronto.

 Il mondo è bello perché è vario e anche le scelte cambiano da generazione a generazione.

In un secondo livello di approfondimento IPSOS fa emergere anche le differenze generazionali tra i giovanissimi (Generazione Z 15-21 anni), i Millennials (22-35 anni), la Generazione X (36-52 anni) e i Boomers (53-71 anni).

Il primo sguardo ci fa comprendere la prima sostanziale differenza generazionale: i giovanissimi sono attratti prima di tutto dai social (WhatsApp, Instagram, YouTube, Facebook), dalla tecnologia (Apple, Samsung, Microsoft). Completano il quadro Amazon che però è solo al terzo posto e l’iconica Nutella.

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Le altre tre fasce generazionali invece hanno un occhio di riguardo per le modalità di pagamento on line e se PayPal è una new entry in classifica, non lo è VISA che già dal 2017 si è posizionata nella top ten generale. Segno di un progressivo cambiamento delle modalità di acquisto che, in modo sempre più evidente, spostano i carrelli verso gli ambienti virtuali e questo vale per tutte le generazioni.

Un occhio di riguardo lo meritano i Boomers che, grazie ad uno status sociale guadagnato in un momento storico particolarmente favorevole dal punto di vista dell’economia nazionale, hanno ancora oggi un’alta capacità di spesa e fanno più attenzione alla genuinità, soprattutto quando si farla di food. Non a caso nella classifica del Boomers appaiono ben due marchi estremamente “valoriali” come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, brand che fanno dell’appartenenza territoriale e del rispetto delle regole di produzione, una vera filosofia di vita.

- mercoledì 13 giugno 2018

Cosa fare al ballottaggio (in breve)

(Post di Dino Amenduni)

Una mia amica mi ha scritto qualche giorno fa: mi dai qualche consiglio per affrontare un ballottaggio per le Amministrative? Provo a farlo qui, in breve e in ritardo:

1. Scegli tre argomenti al massimo su cui puntare, e punta solo ed esclusivamente su quelli fino al giorno delle elezioni. Aggiungere troppa carne al fuoco in questo momento non servirebbe, dato che il voto è una sorta di dentro o fuori tra due persone, prima ancora che tra due coalizioni o due idee diverse di amministrazione della cosa pubblica;
2. Nella scelta degli argomenti punta su ciò che: a. mobilita i sostenitori della tua parte politica b. demotiva i sostenitori della parte politica avversaria c. (ma sopratutto) che metta in evidenza una differenza netta tra la tua proposta e quella dell’avversario;
3. Aggiungi nuove promesse elettorali (anzi, al massimo una) solo se sono coerenti col racconto fatto sino a quel momento. Se la promessa risulterà irrealizzabile o totalmente discordante rispetto a ciò che è stato detto prima del primo turno, sarà percepita come un atto di debolezza e dunque potrebbe diventare un boomerang
4. Se il candidato ha preso meno delle liste, chiedi alla politica di aiutarlo con la presentazione pubblica di parti della squadra di governo prima del ballottaggio. Se il candidato ha preso più delle liste, punta tutto o quasi su di lui.
5. Parla agli astenuti del primo turno, non darli per persi: il voto al ballottaggio non è sempre un voto pro-qualcuno, a volte è un voto contro qualcuno e qualcosa. La mobilitazione può essere anche costruita in negativo.

- venerdì 1 giugno 2018

Gli effetti (enormi) della reputazione di brand sulla propensione ai consumi

(Post di Dino Amenduni)

Non sono mai stato un pubblicitario classico, vuoi per formazione vuoi per personale vocazione. Non mi interessa vendere, preferisco convincere. E ancora di più, preferisco ascoltare, studiare e poi trasformare il mio studio in strategia.

Da qualche anno ho abbandonato la gestione operativa dei social media manager. Le mie competenze sono cambiate, mi riesce più lo sguardo d’insieme rispetto all’analisi puntuale del dettaglio. E soprattutto sono indietro tecnicamente.

Leggo ogni giorno newsletter di settore sul marketing, ma più passa il tempo più mi convinco di una cosa: tra addetti ai lavori si parla troppo del ‘come’, troppo poco del ‘cosa’ e ancor di meno del ‘chi’.

C’è questa credenza magica, per me molto autoassolutoria, che basti comunicare bene per salvarsi anche quando non si ha più una “faccia pubblica”.

Questa tabella IPSOS conforta le convinzioni personali degli ultimi anni.

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Qui vedete una correlazione tra il livello di reputazione del mittente (a sinistra: reputazione totalmente screditata; a destra, reputazione totalmente favorevole) e una serie di comportamenti legati al consumo: capacità di ricordare una pubblicità, disponibilità all’acquisto, addirittura stato d’animo del consumatore.

Questa tabella dimostra che la reputazione è il vero algoritmo della comunicazione contemporanea. A parità di tutte le altre variabili tecniche, la reputazione funge da straordinario moltiplicatore di efficacia.

È chiaro che esiste un rapporto diretto tra reputazione e contenuti (buoni contenuti portano a buona reputazione) ma bisogna iniziare a parlare con grande chiarezza, a noi stessi e ai nostri clienti: un mittente che non gode della fiducia del pubblico deve prima di tutto ricostruire la sua identità, dovrà dunque lavorare sul ‘chi’ e sul ‘cosa’. Solo dopo, molto dopo, arriverà la tecnica, il ROI, le vanity metrics e tutte quelle paroline magiche che trovate nelle presentazioni anglofone che provano a vendere l’invendibile.

[ricerca integrale IPSOS qui: https://www.ipsos.com/en/unlocking-value-reputation]

- martedì 10 ottobre 2017

EDITALIA (Zecca dello Stato) – Spot “Quando sarai grande”

Editalia e la Zecca dello Stato lanciano con un nuovo spot la serie delle banconote della lira. Lo schema narrativo ripercorre quello già sperimentato con successo nel primo episodio dedicato alla collezione “Monete della lira”. I Protagonisti sono ancora Massimo Dapporto, nei panni del nonno, e la piccola Eva Piva, nei panni della sua nipotina terribile, sempre in vena di scherzi.

Anche questo spot è diretto dal regista Alessandro Piva, affiancato questa volta da Ferran Paredes Rubio, direttore della fotografia vincitore del Ciak d’oro 2017 per il film Indivisibili.

- venerdì 29 settembre 2017

Perché gli italiani stanno – o credono di stare – peggio

Di Nicolò Scarano

Tutto parte da questo: un dato da uno studio della fondazione tedesca Bertelsmann, che chiede agli europei come la pensino su diverse questioni. Alla domanda “Come valutate la vostra personale situazione economica da due anni a questa parte?” gli interrogati rispondono in questo modo.

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Il dato no, non è magnifico per nessuno. Ma neanche tragico. A livello continentale vi è un sostanziale pareggio tra “meglio”, “come prima” e “peggio”, con picchi di positività e serenità rispettivamente in Polonia e Germania.

Il dato italiano, invece, non ha un bell’aspetto. La percezione comune e diffusa degli italiani – Bertelsmann o non Bertelsmann – è quella di stare costantemente peggio.

Andando a vedere un altro dato, quello della “felicità” o “benessere soggettivo”, rilevato dall’OCSE nello studio intitolato Better Life Index, scopriamo che quando agli italiani viene chiesto qual è il loro livello di soddisfazione da 0 a 10, la media voto risulta essere quella di 5.8, sotto la media di 6.5.

Tutte le fonti sono più o meno concordi per quanto riguarda la crescita progressiva, seppur lenta, del paese: PIL, occupazione, produzione. Effetto di alcune delle politiche degli anni scorsi e di una ripresa complessiva del contesto europeo. Ma, al netto della indole dei lamentatori di professione, dell’inquinamento del dibattito, del fatto che “si stava meglio quando si stava peggio”, come facciamo ad entrare in sintonia con il malessere descritto dai dati di cui sopra, invece di esorcizzarlo o ignorarlo?

Se in ogni sondaggio che misura la percezione degli italiani – sia chiaro: la percezione, parola chiave di questa piccola ricerca – gli italiani dicono di stare peggio, ci saranno uno o più dati effettivi che ci aiutano a capire perché? Vale la pena andare a vedere. Con un’avvertenza: quelli utilizzati presentati saranno dati perlopiù negativi, che fanno storcere la bocca. Ma che serviranno ad agire proprio su quella percezione partendo da un punto di vista al contrario positivo sulle possibilità e sul percorso intrapreso dal paese.

 

Invecchiare bene, ma anche no

Incominciamo da un dato piuttosto noto: l’indice di vecchiaia della popolazione italiana è in forte crescita. Dal 2004 al 20016 gli italiani di età superiore ai 65 anni sono passati dall’essere 1,35 volte a 1,61 volte in più di quelli più giovani di 15. Tradotto: per ogni 10 bambini o adolescenti ci sono 16 anziani (Noi Italia – ISTAT).

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Il dato del tasso di crescita naturale della popolazione è ovviamente speculare, e negativo: è dal 2004 che in Italia le morti superano le nascite (ISTAT).

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Da tenere presente, anche, la crescita costante dell’indice di dipendenza. Esso misura il rapporto numerico tra la popolazione non attiva (ossia quella nelle fasce di età tra 0 e 14 e oltre i 65 anni) e quella attiva (tra i 15 e i 65 anni di età). Già nel 2004 i “dipendenti” costituivano il 50,1% della popolazione totale. Nel 2016 crescono fino al 55,5%, ad un impressionante ritmo di mezzo punto percentuale all’anno (ISTAT).

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L’invecchiamento della popolazione è collegato non solo alla bassa natalità (il tasso di fecondità è a una media di 1,34 figli per donna, e dopo un breve rialzo durante gli anni della crisi è ora in costante abbassamento), ma anche all’aspettativa di vita, che è arrivata circa all’età media di 83 anni (85,1 per le donne, 80,6 per gli uomini) secondo il Better Life Index.

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Nonostante questo dato, corroborato dalla palma di “paese più in salute del mondo” assegnata all’Italia dal Bloomberg Index a Marzo 2017, solo il 66% degli italiani rispondono positivamente quando vengono interrogati sul loro livello di salute generale: il 3% in meno della media OCSE, che è al 69%. Anche i dati Eurostat riportano la stessa percentuale (il 65,8%) e un trend al ribasso. Perché?

La stessa OCSE chiarisce che il dato può essere condizionato dall’età, dal genere e dallo status sociale degli intervistati, e che tuttavia risulta un buon indicatore dell’approccio futuro nei confronti delle cure mediche. Non è solo il trend demografico del paese a suggerire una visione relativamente pessimista del proprio livello di salute: secondo il Rapporto Coop il 35,3% (il 53,8% nel Sud e nelle Isole) degli italiani dichiara di avere difficoltà a pagare le spese mediche.

Nella sua metodologia, l’OCSE ritiene anche che l’età e il genere siano elementi fondamentali nella percezione del livello di criminalità: a torto o a ragione, gli anziani si sentono dunque fisiologicamente più insicuri dei cittadini nelle altre fasce di età. Su questo aspetto i dati sono in parte contrastanti, ma rivelano che la paura della criminalità è comunque relativamente alta nel paese, anche se non necessariamente in crescita. L’ISTAT rileva ad esempio che la percezione del rischio di criminalità ha fatto un salto di ben 11 percentuali dal 2014 al 2015, scendendo di poco nel 2016. Sia l’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (della Fondazione Unipolis e Demos, il cui rapporto per il 2017 è qui) che il Better Life Index rilevano che la paura della criminalità è avvertita in maniera più forte in Italia che nel resto d’Europa: solo il 59% delle persone si sente sicura a camminare per strada di notte, contrariamente al 68% della media delle altre nazioni.

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La percezione del Rischio Criminalità (ISTAT)

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Europa: paure comparate. L’economia vince su tutte, soprattutto in Italia e Spagna.

L’impoverimento, diseguale

Secondo l’ISTAT l’indice di povertà, pur essendosi ritirato dal picco raggiunto durante gli anni peggiori della crisi, rimane sostanzialmente stagnante, con l’11,5% di Italiani in condizioni di grave deprivazione. A questo riguardo, nell’ultimo rapporto BES – Benessere Equo e Sostenibile, pubblicato nel 2016, vengono ad esempio riportati questi dati Eurostat, in comparazione con gli altri paesi europei:

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Come evidenziato dal Rapporto COOP, la crisi economica ha inasprito parecchio il problema della povertà, aumentando anche il numero delle famiglie in povertà assoluta. Specialmente nel Mezzogiorno, come si può notare nel riquadro a sinistra. E per quanto si sia usciti dalla fase più critica, la fiducia rimane bassa.

Sostanzialmente stagnante è ad esempio il reddito di famiglia. In particolare, una accentuata disuguaglianza fa sì che il reddito mediano (quello che taglia in due la distribuzione dei redditi di ogni famiglia italiana), che vale 25.000 euro, sia quasi 5.000 euro più basso di quello medio, che invece sfiora i 30.000. Nel suo rapporto annuale sulla situazione economica dell’Italia (che si trova qui), l’OCSE – pur usando dati del 2013 – nota che sulla disuguaglianza pesa effettivamente una ridistribuzione non efficace di fisco e servizi verso il decile di popolazione a più basso reddito, contrariamente alle altre nazioni partner:

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La percezione, anche qui, fa la sua grossa parte. Vale la pena guardare quanti pensano che le disuguaglianze, e con esse un naturale carico di frustrazione, siano aumentate negli ultimi anni:

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Sempre la Fondazione Unipolis mostra un dato interessante sulla percezione dell’impoverimento, ossia del passaggio dalla “classe media” alla “classe bassa / medio bassa”. Il grande salto avviene tra il 2006 e il 2008, quando la percentuale delle famiglie che ritiene di stare male passa dal 28.2 al 44.3. Da quel momento in poi non si scende più sotto il 40%: sintomo di una certa dose di incertezza?

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Cause effettive si possono rintracciare, come già anticipato, nella stagnazione del livello di reddito, nella disuguaglianza inasprita dall’inefficacia delle politiche di redistribuzione, nell’aumento dell’incidenza della povertà. Secondo il Rapporto COOP sono anche il reddito disponibile lordo e il potere d’acquisto a crescere sì, ma troppo lentamente, nonostante l’aumento dei consumi registrato negli ultimi anni.

 

Il lavoro, fragile

È importante notare, in principio, che la debolezza strutturale del Paese ha radici relativamente antiche. Non può essere attribuita alla crisi, che pure le ha sferrato un ulteriore colpo, né all’ultimo governo, che ha provato a puntellarla ottenendo una timida risposta. Secondo l’indagine economica dell’OCSE, ad esempio, la produttività declina dal 2000, non dal 2008 o dal 2010:

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Questa debolezza strutturale ha impattato sulla qualità dell’occupazione relativamente molto più che in altri paesi comparabili con l’Italia. Secondo l’OCSE il rischio di disoccupazione (calcolato comparando, anno per anno, il numero delle persone che hanno perso lo status di occupato rispetto al totale di persone occupate) è dell’11,8%, decisamente sopra la media del 6,3%. Un dato fondamentale per misurare l’incertezza riguardo alla situazione occupazionale, inoltre, con chiari effetti sulla fiducia per il futuro, è quello dell’incidenza della disoccupazione di lungo periodo (ossia più lunga di un anno):

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Nello stesso contesto, compaiono rapidamente sempre nuove categorie di lavoro, i cosiddetti “lavoretti” della gig economy, caratterizzati da una distribuzione irregolare degli orari di lavoro e da una relativa incertezza.

Sempre secondo l’OCSE, inoltre, per un paese ad alta concentrazione manifatturiera come l’Italia, che molto si affida a piccole e medie imprese che difficilmente possono innestare un’adeguata innovazione tecnologica nei loro sistemi di produzione, più del 40% dei posti di lavoro sarebbero messi a rischio dall’automazione, il 10% del tutto e il 30% attraverso il demansionamento. Quest’ultimo è sicuramente un tema che genera progressiva incertezza:

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Una menzione importante la merita il dato dei salari reali, forse tra quelli che più crea un distacco tra la narrazione della crescita (il PIL sale dell’1,5% quest’anno, bene ma non bene quanto l’area Euro, al 2,1%) e l’esperienza della vita quotidiana. Al pari di una crescita timida dei salari (tra lo 0,7% e lo 0,8%), infatti, si riscontra un’inflazione più alta, che porta i salari reali a scendere nel 2017 dopo la piccola crescita del 2016 e, in previsione, a scendere ancora un pochino anche nel 2018. La battuta fatta da Gentiloni sul palco della Festa de L’Unità, insomma, calza benissimo con un dato del genere: “Col PIL non ci mangio!”. È vero, fino a quando il benessere della famiglia media non crescerà come e quanto lo stesso PIL.

Infine, un’altra occhiata al campo delle percezioni, delle impressioni, sulle quali si è soffermata la Fondazione Unipolis:

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La (poco) discussa questione giovanile

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Il dato evidenziato appena sopra è noto: i NEET, i giovani tra 15 e i 29 anni che non lavorano, sono oltre il 25% del totale. La percentuale è superata solo da quella greca ed è ancora più impressionante se si pensa che la Spagna, che soffre una disoccupazione superiore a quella italiana, conta il 5% in meno di NEET.

Il Centro Studi Confindustria, nell’ultimo numero del suo report periodico Scenari economici, assieme a tanti dati positivi sulla crescita del PIL e della produzione industriale, descrive bene il problema:

“La bassa occupazione giovanile è il vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano. Nel rapporto con la popolazione di riferimento ha una distanza di 10-17 punti percentuali (a seconda della fascia d’età) dalla media dell’Area euro. Ciò sta inducendo flussi crescenti di emigrazione che producono una perdita di capitale umano stimata dal CSC in un punto di PIL all’anno, abbassando così il potenziale di sviluppo. Rappresenta una vera e propria emergenza.” (approfondimento a pag. 26 dello stesso report)

Insomma, se la povertà è cresciuta negli ultimi 10 anni, è cresciuta soprattutto per gli italiani con un’età minore ai 25 anni (OCSE):

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Il Rapporto COOP evidenzia come sia l’età un indicatore, se non proprio un fattore, piuttosto fedele del reddito dell’italiano che ci si trova davanti.

La Fondazione Unipolis ha analizzato le percezioni degli italiani sul futuro dei giovani:

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E la percezione, non già troppo ottimistica, peggiora ancora quando si arriva alla maturità. Da parte della generazione che per ultima ha beneficiato di un relativo e stabile benessere:

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È tuttavia Confindustria a cogliere bene il punto: la disoccupazione e la povertà giovanile sono un “doppio spreco” e a loro volta un doppio freno per il paese. Esse sono insieme causa di un “depauperamento del capitale sociale e del capitale umano” e di un “abbassamento del potenziale di crescita”. Il rischio effettivo è che la persistenza della questione giovanile vanifichi le riforme faticosamente portate avanti negli anni scorsi. Confindustria aggiunge che “periodi prolungati di disoccupazione e inattività, soprattutto all’inizio della carriera lavorativa, aumentano infatti il rischio di un’uscita permanente dal mercato del lavoro”, nonché “all’emigrazione, creando un circolo vizioso che è urgente spezzare.”

A prescindere dai dati (che si trovano a pagina 26 del sopracitato report del Centro Studi di Confindustria), per chi, come la politica e la comunicazione, lavora con le percezioni è importante riflettere sul fatto che la generazione più giovane, in un paese in crescita e ottimista, rappresenta la parte più in crescita e ottimista di tutte (basta vedere alla Germania, che pur essendo un paese demograficamente vecchio, impiega quasi la metà dei cittadini con età tra i 16 e i 24 anni). In un paese come l’Italia, che è di nuovo in crescita dal punto di vista macroeconomico ma rimane impoverito dal punto di vista macroeconomico, e soprattutto pessimista nelle percezioni, la generazione più giovane rappresenta la parte più impoverita, nonché quella il cui pessimismo pesa di più nella prospettiva di un’eventuale spinta verso il cambiamento e l’innovazione. Il pessimismo giovanile ha insomma una sorta di effetto moltiplicatore, in senso peggiorativo, del pessimismo su cui ci siamo interrogati all’inizio.

 

Conclusioni e suggestioni

Qualche flash per concludere questo parzialissimo tentativo di spiegare lo scontento degli italiani per la loro situazione di vita, così come la loro sfiducia nel futuro: 

– Gli italiani invecchiano sempre più. Più invecchiano, meno credono di stare bene dal punto di vista della salute. Più invecchiano, più percepiscono il rischio della criminalità, anche quando essa diminuisce.
– Gli italiani si sono impoveriti durante la crisi, e l’impoverimento ha inasprito le disuguaglianze già preesistenti, disuguaglianze che il welfare non riesce ad appianare. Anche al netto di un timido ritorno alla crescita nel reddito e nei consumi, permane la percezione di essere più poveri.
– I problemi strutturali che tengono al palo la produttività del lavoro italiano sono di lungo corso. Quando gli italiani si ritrovano disoccupati, passa molto tempo prima che riescano a tornare a lavoro. A salari che rimangono troppo bassi, si aggiunge la paura e il rischio dell’automazione. Il posto di lavoro diviene sempre più irregolare e fragile, così come in tutto il mondo occidentale.
– I giovani sono in media significativamente più poveri, molto più disoccupati, e non di rado scelgono la strada dell’emigrazione. Sul loro futuro vige un pessimismo generalizzato, che è ancora più accentuato secondo le fasce più mature.

Se volessimo sintetizzare in una sola frase il sentimento di negatività rispetto a una condizione economica insoddisfacente, potremmo farlo così:
“Io, italiano medio, non riesco a costruire reddito con la trafila classica (quella dell’istruzione e del lavoro che vorrei fare o che ho sempre fatto), e il welfare non ce la fa a mitigare questo mio problema”.

È insomma il prolungamento nel tempo di una crisi che di fatto non è una crisi, ma un sempre più stabile assetto di sistema, ad aumentare la frustrazione e la percezione negativa di presente e futuro. In questo contesto, dei piccoli e graduali miglioramenti – anche se percettibili – costituiscono poca differenza. La situazione esistenziale genera insicurezza o, più colloquialmente, ansia. È l’ansia il più grande avversario politico di chiunque voglia cambiare l’Italia, un avversario che va affrontato considerando che, se “Il PIL non si mangia”, una grande visione di nuove opportunità per tutti – da declinare nel modo giusto, con un occhio all’uguaglianza e alla mobilità sociale – forse sì, e anche con un certo gusto.

 

Studi di riferimento

CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA, Scenari economici n. 30 – Settembre 2017

RAPPORTO COOP 2017 – Settembre 2017

FONDAZIONE UNIPOLIS, X Rapporto sulla Sicurezza in Italia e in Europa – Febbraio 2017

OECD Economic Surveys: Italy 2017 – Febbraio 2017

OECD Better Life Index

ISTAT, BES 2016 – 2017

ISTAT, Noi Italia

- mercoledì 13 settembre 2017

Tre suggerimenti per creare un video efficace su Facebook

Link, foto, video o aggiornamenti di stato. Quali sono i contenuti che ottengono i migliori risultati su Facebook?
La risposta a questa domanda arriva da una ricerca pubblicata lo scorso maggio da Locowise dalla quale emerge il netto predominio dei video sia per numero di utenti raggiunti, sia per livelli di engagement. A fare registrare le migliori performance sono soprattutto i video nativi il cui engagement risulterebbe doppio rispetto a quello dei video condivisi da YouTube.

Probabilmente questa ascesa è figlia dei cambiamenti in corso in casa Facebook: in queste ore è trapelata la notizia dell’arrivo di Instant Video, una funzionalità che permetterà di pre-caricare video quando si è collegati a una rete wi-fi e, di conseguenza, di risparmiare sul traffico dati telefonico. Una novità che conferma quanto il colosso di Menlo Park stia incoraggiando la fruizione dei video, soprattutto dopo il lancio di Facebook Watch, la sezione dedicata alla visione e alla condivisione in tempo reale di contenuti video (al momento disponibile solo negli Stati Uniti).

Ok il video sarà sempre più il contenuto del futuro, ma quali caratteristiche deve possedere per avere successo su Facebook?

Buzzsumo attraverso una indagine effettuata su un campione composto da decine di migliaia di video ne ha individuate tre:

Gli argomenti che ottengono più engagement
I risultati della ricerca lasciano poco spazio alla interpretazione: i video più graditi dagli utenti sono quelli che parlano di cibo, seguiti da moda, animali e fai-da-te.

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La lunghezza ottimale dei video di Facebook
Come si evince dal grafico i video di durata compresa tra i 60 e i 90 secondi sono quelli che fanno registrare il maggior numero di interazioni.

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La lunghezza ottimale dei video di Facebook Live
I dati della ricerca suggeriscono che i migliori risultati in termini di engagement si ottengono nei live la cui durata si attesta tra i 15 e i 20 minuti.

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La quantità ideale di testo da includere nella descrizione dei video
Bisogna lasciare che l’utente si immerga immediatamente nel contenuto. Secondo la ricerca il testo deve essere in media di 61 caratteri. Chiaramente questa regola va applicata o meno a seconda dei casi e della tipologia di contenuto/cliente.

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Per creare video di successo su Facebook bisogna quindi:

  1. Creare contenuti utili, interessanti, divertenti
  2. Mantenere la durata tra i 60 e i 90 secondi (tra i 15 e i 20 minuti per i live)
  3. Accompagnare i video con didascalie brevi (in media 61 caratteri) e accattivanti

 

- lunedì 5 giugno 2017

One Love Manchester: Più di 370mila dollari raccolti su Facebook

Dopo il gravissimo attentato alla Manchester Arena dello scorso 22 maggio, Ariana Grande ha sospeso il Dangerous Woman Tour per organizzare One Love Manchester, un evento messo in piedi in una sola settimana e finalizzato alla raccolta di fondi a sostegno delle vittime.

Così ieri, in un Old Trafford Cricket Ground completamente esaurito, Marcus Mumford, Take That, Robbie Williams, Justin Bieber, Coldplay, Katy Perry, Miley Cyrus, Pharrell Williams, Usher, Black Eyed Peas, Niall Horan, Liam Gallagher e la stessa Ariana Grande hanno voluto rispondere al terrore con la simbolica arma della musica.

L’iniziativa ha riscosso un grande successo sia in termini di partecipazione, sia in termini di donazioni: durante le tre ore di concerto sono stati raccolti più di 2,3 milioni di dollari. Di questi più di 370mila sono arrivati via Facebook, semplicemente combinando il live (lanciato sulla pagina della cantante statunitense) con uno dei bottoni di invito all’azione messi a disposizione dal colosso di Palo Alto.

One Love Manchester

PS: il pulsante “Fai una donazione” riservato alle pagine rientranti nella categoria Organizzazione no profit è in fase di implementazione. Al momento potrebbe essere non disponibile.