Proforma

Blog

- sabato 3 settembre 2016

Come ottenere buoni risultati su Facebook (anche senza clickbait)

(post di Dino Amenduni e Daniele Magliocca)

Qualche settimana fa Facebook ha annunciato l’ennesimo cambiamento dell’algoritmo che regola la popolarità e la visibilità dei contenuti che gli utenti potranno fruire sulla loro homepage. La principale missione (dichiarata) di questo cambiamento è penalizzare i gruppi editoriali e gli utenti che fanno ricorso al clickbait, cioè a una serie di espedienti come titoli allarmistici, frasi lasciate a metà, soggetti o complementi non presenti nel titolo, verbi esagerati, immagini inutilmente forti, utilizzati con l’unico obiettivo di portare l’utente a lasciare Facebook e accrescere il numero di visitatori unici sul proprio sito.

La società NewsWhip, con sfumature diverse, ha colto due aspetti utili per ragionare sull’ottimizzazione dei contenuti per i social media grazie ad altrettanti post sul loro blog aziendale. Da un lato ci si è concentrati sulle tipologie di contenuto “di successo” su Facebook a partire da un’Read Full Report durante le Olimpiadi di Rio2016, dall’altro sono stati analizzati i read more per individuare elementi creativi e stilistici che potessero favorire un maggiore successo del prodotto editoriale.

Quattro consigli sui contenuti 

1. Individua “l’eroe”

Newswhip individua l’eroe all’interno di due categorie di persone:

a. un personaggio famoso che fa qualcosa di encomiabile
b. uno sconosciuto che diventa improvvisamente popolare in seguito a qualche atto particolarmente rilevante.

Raccontare le storie di queste due tipologie di personaggi, ma anche di organismi collettivi che rispecchiano questo identikit (basti pensare alla https://jeanbaptiste.pl/ del campionato di calcio inglese, la Premier League, da parte del Leicester di Claudio Ranieri), garantisce buoni livelli di attenzione e attivazione online.

Il livello di engagement raggiunto da questo post sulla pagina Facebook della BBC che raccontava la storia di due atlete che hanno partecipato alla gara dei 5000 metri alle Olimpiadi, mostra pienamente il potenziale del racconto “eroico”. L’americana Abbey D’Agostino e la neozelandese Nikki Hamblin si sono scontrate durante la gara, cadendo entrambe. Le due atlete, dopo un primo momento di comprensibile sconforto, si sono fatte forza a vicenda concludendo la corsa nelle ultime posizioni. Il CIO ha però deciso di premiare il gesto, del tutto in linea con il motto olimpico “L’importante è partecipare” di Pierre De Coubertin, ammettendole comunque all’eliminatoria successiva.

True Olympians. 󾮞󾮞󾮞 #Rio2016

Pubblicato da BBC News su Mercoledì 17 agosto 2016

 

2. Punta su interessi di nicchia

Il racconto giornalistico tradizionale è perlopiù generalistico: ci si concentra su argomenti affini, dando un’importanza maggiore a questioni di interesse generale a discapito di notizie considerate marginali. Questa distanza tra livello di copertura degli sport principali e degli sport cosiddetti ‘minori’ è abbastanza evidente anche in Italia. Dal punto di vista del coinvolgimento si crea però una grossa opportunità per chi decide di concentrare i propri sforzi per produrre contenuti di qualità per comunità piccole, ma già esistenti e molto motivate, spesso fortemente interconnesse e quindi capaci di accelerare molto la propagazione virale di una notizia. Di fatto, è come se si andasse a colmare un bisogno poco evidente (ma presente e silente) di informazione andando a dare a una nicchia ciò che la nicchia vuole e non ha mai avuto. Chiaramente serve tempo e servono competenze specifiche, ma in termini numerici il gioco sembra valere la candela.

Harriet Sherwood del The Guardian ha scritto un ricco articolo sulla situazione degli elefanti africani, una specie animale a rischio a causa del bracconaggio e della inarrestabile domanda di avorio. Si tratta di un vero e proprio reportage fatto di storie, dati e contenuti multimediali che ha immediatamente incontrato l’interesse dei lettori ravvisabile in un crescente numero di condivisioni. Come di solito avviene, infatti, i contenuti di nicchia si diffondono più velocemente perché aiutano gli utenti a comunicare i propri interessi.

Immagine3

 

3. Trova storie che ispirino i comportamenti virtuosi delle persone

Non solo le storie a lieto fine, quelle con un eroe vincente, possono stimolare meccanismi virali di condivisione dei contenuti online. Possono esserci anche spaccati di mondo, dolori, sconfitte, persino ritiri che hanno il merito di innescare sentimenti positivi o comunque di entrare in empatia con i destinatari. Inoltre ci sono storie che hanno il merito di rivolgersi direttamente a determinate comunità di persone, in alcuni casi vere e proprie nicchie. In questo caso l’effetto è moltiplicativo.

Una storia perfettamente in linea con questa combinazione di empatia e interesse di nicchia arriva dai recenti Giochi Olimpici di Rio. I protagonisti sono Adelinde Cornellissen, campionessa olandese di dressage (una specialità dell’equitazione), già due volte a medaglia a Londra 2012, e il suo cavallo Parzival. Quest’ultimo è stato punto da un insetto due giorni prima della gara, ammalandosi in modo piuttosto significativo (febbre alta). Dopo due giorni di cure da parte dei veterinari della squadra olandese di equitazione, Parzival è stato considerato idoneo all’attività sportiva ma Cornellissen, dopo un breve periodo di prova, ha capito che la partecipazione ai giochi avrebbe messo a repentaglio la salute del cavallo e ha così deciso di ritirarsi, di fatto rinunciando alla possibilità di andare a medaglia. Il racconto di un ritiro ha così fatto il giro del mondo. 

My story….
Lots has happened…

The first days in Rio went according to plan: a relaxed flight, stabling good,…

Pubblicato da Adelinde Cornelissen su Mercoledì 10 agosto 2016

 

 

4. Ottimizza gli articoli (sii multimediale)

Si è detto tante volte, è opportuno ripeterlo ancora: i contenuti online basati esclusivamente sul testo sono i meno attrattivi in assoluto. Confezionare un prodotto editoriale con cura, aggiungendo elementi grafici personalizzati, video, immagini, tabelle, post e tweet rende la lettura più piacevole e utile. Se a tutto questo aggiungete una storia davvero interessante, siete molto vicini alla realizzazione di un prodotto di successo.

Il New York Times ha deciso di dedicare uno speciale interattivo con video, foto, infografiche, interviste e animazioni a Simone Biles, star assoluta della ginnastica, quattro ori e un bronzo a Rio2016, raccontando la sua storia in modo assolutamente coinvolgente e innovativo. Qui trovate l’articolo. Subito sotto trovate un video tratto dallo stesso articolo.

È chiaro, serve molto più lavoro rispetto al passato: ma l’aumento della competizione per un click aumenta anche gli standard di qualità minimi necessari per emergere.

Tre consigli sui titoli e sulle didascalie

1. Sono efficaci se sono descrittivi e usano un linguaggio familiare

I titoli dei contenuti più popolari sono spesso molto descrittivi, quasi didascalici. Si può dunque cestinare l’assai popolare teoria secondo la quale nel titolo non bisogna dire proprio tutto “sennò la gente non legge l’articolo”.
Un altro predittore del successo di un titolo online è l’ampio ricorso a un linguaggio informale e non necessariamente istituzionale o classicamente “giornalistico” anche per articoli con contenuti rilevanti.

Nel caso che vedete qui in basso, il Post è partito da una domanda molto popolare durante le ore successive alle polemiche sul divieto a indossare il burkini in spiaggia a Nizza, e ha realizzato un articolo finalizzato proprio a chiarire un dubbio assai diffuso online, usando le stesse parole che erano facilmente rintracciabili nei commenti di quelle ore: “Ma allora le suore cattoliche?”

Per tutti quelli che quando in Francia è stato imposto il divieto sul burkini si sono chiesti «ma allora le suore…

Pubblicato da il Post su Venerdì 26 agosto 2016

 

 

2. Sono efficaci se emozionano e creano interesse

Un titolo che certamente crea attenzione contiene riferimenti a un vissuto personale, a un’esperienza che è possibile raccontare in prima persona, o con un forte livello potenziale di immedesimazione da parte del lettore. Quanto più l’esperienza è personale – e allo stesso qualificata – tanto più il contenuto risulterà unico, inedito e dunque meritevole di tempo da parte del lettore. In questo genere di circostanze la simbiosi tra titolo e contenuto deve essere totale. Inoltre, la necessità di essere descrittivi nei titoli non impedisce di raccontare storie creative, o storie canoniche in modo creativo, come nel caso che stiamo per illustrare.

Il New York Times ha raccontato la storia di una maestra elementare di Denver, che ha deciso di assegnare un piccolo compito mirato ad aumentare il suo livello di conoscenza degli alunni: ha consegnato un foglio bianco con il titolo “vorrei che la mia maestra sapesse”. Nell’articolo sono presenti alcune delle risposte più emozionanti e significative dei giovani studenti, il titolo ha reso generale il racconto dell’esperienza personale e nella didascalia sono state raccolte tre risposte per incuriosire ulteriormente il lettore.

“I wish my teacher knew I don’t have pencils at home to do my homework.”
“I wish my teacher knew that my family and I…

Pubblicato da The New York Times su Mercoledì 31 agosto 2016

 

3. Saranno ancora più efficaci se non saranno mancanti di informazioni indispensabili al lettore e non punteranno sulle esagerazioni.

Nella descrizione delle ragioni che hanno guidato Facebook nell’aggiornamento e nella revisione dell’algoritmo che regola il News Feed, ci sono due paragrafi molto chiari e ben riportati da Newswhip:

Punto primo: “Un titolo non assolve alla sua funzione se è privo di informazioni indispensabili a far capire al lettore qual è il contenuto presente nell’articolo.”

Punto secondo: “Un titolo non assolve alla sua funzione se sovrastima il livello di importanza del contenuto dell’articolo, al punto da trarre in inganno le aspettative del lettore.”

Valigia Blu ha deciso di raccontare i fatti legati al terremoto del centro Italia dell’agosto 2016 dichiarando pubblicamente di aver aspettato che la situazione fosse maggiormente comprensibile prima di intervenire pubblicamente e poi ha realizzato un post che illustrava in modo dettagliato le differenze tra Italia e Giappone nei modelli di prevenzione antisismica. Titolo e didascalia illustrano in modo preciso cosa un lettore possa aspettarsi dall’articolo.

Ieri abbiamo deciso per un giorno di silenzio.

Questo post vuole essere un piccolo contributo a un dibattito…

Pubblicato da Valigia Blu su Venerdì 26 agosto 2016

 

Attenzione: anche titoli che contengono domande potrebbero essere penalizzati in futuro. Se l’utente non ha alcun elemento per comprendere in tutto o in parte qual è la risposta alla domanda posta nel titolo (ad esempio una foto esplicativa, o un sottotitolo, o una didascalia chiarificatrice), emergerà un quadro che non sarà troppo dissimile rispetto a un classico atto di clickbaiting. Inoltre una ricerca dell’Engaging News Project ha dimostrato che gli utenti reagiscono complessivamente peggio a un titolo che contiene una domanda rispetto a un titolo che contiene un’affermazione. Un motivo in più, per Facebook, per penalizzare i punti interrogativi nei titoli degli articoli.

- lunedì 29 agosto 2016

Le cinque priorità di una campagna elettorale a basso budget

(post di Dino Amenduni)

Il sito di settore Campaignsandelections.com ha indicato una breve lista di soluzioni per chi deve guidare una campagna elettorale pur non avendo grandi disponibilità economiche (cioè la stragrande maggioranza dei consulenti politici italiani). Il post è scritto da Joe Desilets, un consulente americano, ma i cinque suggerimenti mi paiono convincenti anche per il contesto italiano.

1. Lavorare su un’unica e potente soluzione creativa

Quando si hanno pochi soldi, non si hanno molte opportunità per produrre soluzioni creative memorabili. Per questo motivo è consigliabile evitare di disperdere i propri fondi in tanti atti di comunicazione poco creativi, ma piuttosto è meglio investire tutto su una sola azione che sia capace di entrare nella testa delle persone. Meglio puntare su un buono spot da trenta secondi per la tv o per il web che su due o tre tentativi con formati diversi, su canali diversi.

2. Individuare i due canali di comunicazione nei quali si può essere più efficaci
e usare solo quelli

Avere pochi fondi vuol dire principalmente non avere un accesso ottimale all’acquisto di inserzioni pubblicitarie. Questo porta a dover prendere decisioni strategiche piuttosto delicate. Le tre domande principali che dovrebbero guidare le scelte di pianificazione media sono:

– Qual è il rapporto tra l’investimento che ho intenzione di fare e il numero di elettori potenziali che posso raggiungere?
– Qual è l’efficacia performativa del candidato con cui sto lavorando?
– Come si stanno comportando i miei avversari?

La risultante di queste tre variabili dovrebbe così portare alla presa di decisione. Se per esempio il mio elettorato potenziale è di età medio-alta e il candidato è molto abile dal punto di vista retorico si potrà puntare su mezzi tradizionali a basso costo come la radio. Ancora, se devo puntare a un pubblico giovane e tutti i miei competitor stanno investendo su Facebook, Instagram potrebbe essere una buona risorsa alternativa, a condizione che la mia comunicazione sia coerente con il mezzo scelto. Se sono Donald Trump e so che qualsiasi cosa dirò sarà utilizzata dai mezzi tradizionali, userò con efficacia Twitter (come effettivamente sta accadendo).

3. Aumentare (e non ridurre) gli investimenti sul digitale

Il principale obiettivo delle campagne elettorali contemporanee è la creazione di meccanismi di coinvolgimento attivo dei propri elettori. Questi ultimi, e in generale le conversazioni tra pari, sono più capaci di influenzare il comportamento di voto rispetto alla classica comunicazione top-down, ai comizi elettorali o alle azioni coordinate direttamente da partiti e candidati. Il coinvolgimento attivo passa per la produzione di contenuti che possono essere facilmente condivisi e riutilizzati dagli elettori, online e offline. Hillary Clinton lo sa molto bene, come dimostra la campagna “Trump Yourself”.

Considerare il mondo digitale non direttamente come luogo di “conversione” ma piuttosto come base di partenza per l’organizzazione della comunicazione elettorale, cioè investire sul digitale per aiutare i propri elettori per fare campagna elettorale per noi in autonomia è un modo molto efficace per sopperire almeno in parte alla scarsità di fondi.

Screenshot 2016-08-29 15.46.57

4. Diminuire gli sforzi di comunicazione rivolti direttamente agli under 30

Joe Desilets fa riferimento a un aspetto in particolare, e cioè ai meccanismi di coinvolgimento dei più giovani attraverso il marketing via posta elettronica, ma lo fa basandosi su un principio che a mio avviso può essere esteso all’Italia e a tutti gli strumenti di comunicazione: gli elettori under30 sono i meno prevedibili dal punto di vista dell’appartenenza partitica e politica e dunque, pur essendo super-elettori assai pregiati perché assai disponibili a consultare e condividere contenuti digitali, sono anche i più difficili da fidelizzare. Dunque, in assenza di risorse, conviene puntare su elettori maggiormente e stabilmente vicini alla propria area politica.

5. Non ridurre gli investimenti su ricerche e sondaggi

L’esperienza pratica diretta insegna che questo punto è probabilmente il più complicato da far rispettare. In campagne a basso budget le ricerche e i sondaggi sono spesso le prime voci di costo a essere ridimensionate o a saltare del tutto. Ma ogni dollaro speso in ricerca è in fondo un dollaro risparmiato, perché permette di investire corrrttamente i propri (pochi) soldi per svolgere le poche azioni davvero necessarie e davvero utili per vincere una campagna elettorale. Potrà sembrare un paradosso, ma meno soldi si hanno a disposizione (e dunque meno errori di pianificazione ci si può permettere) più occorre andare a colpo sicuro. E l’unico modo per andare a colpo sicuro (o quasi) è partire dall’analisi dei dati.

- venerdì 29 luglio 2016

AdBlock, pubblicità e artigianato

Screenshot 2016-07-29 13.29.38

(post di Dino Amenduni)

La tabella che vedete qui sopra proviene dallo studio annuale di Reuters sullo stato di salute del giornalismo mondiale e riguarda la percentuale di utenti che utilizzano applicazioni finalizzate a non vedere gli annunci pubblicitari online (chiamati AdBlock).

Ci sono centinaia di milioni di persone nel mondo (il 20% degli utenti di Internet in Italia) che scelgono volontariamente di non ricevere informazioni commerciali attraverso banner e simili.

Si potrebbe obiettare che gli utenti che utilizzano AdBlock sono al momento la minoranza di una popolazione che è comunque una parte del totale dei consumatori, o che un investimento pubblicitario crossmediale alla fine raggiungerà in ogni caso il destinatario. Obiezioni comprensibili, ma che a mio avviso non aiutano a considerare un elemento a questo punto difficilmente confutabile di questa fase storica della comunicazione commerciale: un certo modo di fare advertising non funziona più, fa perdere soldi alle aziende, fa perdere tempo e lavoro alle agenzie, infastidisce le persone alle quali chiediamo interesse, attenzione, soldi. Proviamo a tradurre questo allarme in cifre: una stima di Juniper fa ammontare a 27 miliardi di dollari l’investimento pubblicitario che andrà in fumo a causa degli AdBlocker nei prossimi quattro anni.

Perché accade? Qui sotto trovate alcune buone risposte (individuate nella stessa ricerca di Reuters da cui arrivava la tabella precedente).

Screenshot 2016-07-29 13.32.12

La pubblicità non piace quando si mette in mezzo senza permesso. Non piace quando cerca (e segue) ossessivamente il destinatario. Non piace quando è pesante dal punto di vista tecnico e grafico, dunque sottrae velocità di banda, traffico dati, energia della batteria di notebook, tablet e smartphone. In definitiva, la pubblicità non piace quando prova a tutti i costi, in alcuni casi con arroganza, a imporsi sulla scena.

(a questo proposito: è in corso un interessante dibattito sull’opportunità di inserire annunci pubblicitari anche prima dell’inizio di video o contenuti legati a fatti di cronaca, a tragedie o a episodi terroristici. Io ne farei sinceramente a meno, proprio per i motivi legati alla tabella appena analizzata: gli utenti non lo apprezzano, le aziende spendono soldi a vuoto, se non addirittura per farsi del male)

Penso che i pubblicitari, le aziende, i gruppi editoriali non debbano perdere altro tempo e debbano rendersi conto che bisogna adottare cambiamenti repentini. L’adozione degli AdBlocker sta diventando “epidemica” secondo eMarketer. I numeri (già rilevantissimi) di utenti che evitano la pubblicità cresceranno ancora.

I cambiamenti sono doverosi sia nei confronti di chi spende denaro per la pubblicità e che ha il diritto di non finire in una specie di buco nero, sia nei confronti degli utenti che non hanno nessun dovere nei confronti della pubblicità (che non è un servizio, almeno quella commerciale) e che, anzi, hanno tutto il diritto di sottrarsi al bombardamento di messaggi finalizzati a incentivare i loro comportamenti di consumo.

Come tutti i cambiamenti radicali nei paradigmi serve prudenza prima di avventurarsi in una lista di soluzioni: si naviga a vista, tra esperimenti di successo e fallimenti conclamati. Allo stesso scrivere post elencando i problemi senza neanche fare un tentativo di individuare una soluzione è poco utile, perciò mi avventuro in tre linee di riflessione teorica:

La pubblicità deve tornare a essere realizzata con cura artigianale: acquistare banner tutti uguali, per tutti i siti, senza il minimo elemento di personalizzazione è a mio avviso il modo più semplice per farsi catturare da un AdBlock e dunque per non arrivare mai ai destinatari. Allo stesso tempo non è detto che l’abbondanza di personalizzazione (ben incarnata dal programmatic advertising, un tipo di pianificazione pubblicitaria che si adatta in tempo reale al tipo di pubblico che frequenta un determinato sito Internet) funzioni laddove la sensazione di essere ‘inseguiti’ dalla pubblicità rappresenta il secondo motivo di fastidio nei confronti dell’advertising. Serve dunque più tempo, più cura, e provare a invertire l’ordine di priorità: rispondere alla domanda ‘quali sono gli obiettivi dell’azienda che investe in pubblicità?’ è obbligatorio per chi progetta l’advertising, ma la domanda ‘di cosa hanno davvero bisogno i destinatari della pubblicità?’ è altrettanto importante in un’era in cui sottrarsi alla comunicazione commerciale non è mai stato così semplice.

La pubblicità dovrebbe ‘chiedere il permesso’. Non dovrebbe presentarsi con video che partono in automatico, con banner che non si chiudono fino a quando non passa un numero prefissato di secondi, con skin dei siti che coprono le notizie. Dovrebbe adattarsi alle esigenze del consumatore con grande umiltà. Se la newsletter del New York Times (un’azienda orientata al profitto) è aperta dal 70% dei suoi destinatari, vuol dire che la strada è faticosa ma percorribile.

La pubblicità dovrebbe ‘servire a qualcosa’. le aziende (ben consigliate dalle agenzie di comunicazione) dovrebbero spendere i propri budget di comunicazione per fare qualcosa di utile, riconoscibile, visibile, che migliori realmente la vita delle persone. Esattamente come ha fatto Volkswagen (un’azienda che di certo non gode della migliore reputazione possibile) in Belgio: ha speso i propri soldi per promuovere se stessa attraverso la costruzione e la cessione gratuita di alcuni canestri di basket mobili nei comuni del Belgio. Questo video e questa campagna è ciò che più assomiglia, nella mia testa, alla soluzione del problema AdBlock.

p.s. dedicato a tutti i pubblicitari che lavorano sui mezzi tradizionali e che dunque si sentiranno meno coinvolti dall’allarme che ho provato a descrivere in questo post: provate a immaginare se i destinatari degli spot televisivi, delle affissioni e degli annunci stampa avessero uno strumento per far sparire la pubblicità. Probabilmente lo userebbero con la stessa intensità con cui gli utenti online usano gli AdBlocker.

- giovedì 28 aprile 2016

Facebook elimina la regola del 20%: è arrivato il momento di accorciare i testi.

Le voci in circolazione sulle nuove disposizioni in materia di pubblicità di Facebook stanno portando tanto scompiglio e un entusiasmo che finisce inevitabilmente per sfociare nell’illusione di poter finalmente imbrattare le immagini a proprio piacimento. Ma così non è.

Questo momento burrascoso è, in realtà, più conservativo di quello che sembra: Facebook ha infatti abbandonato la scranna dalla quale deliberava, senza diritto di replica, l’accettabilità o meno di un contenuto da promuovere, per salire sul pulpito comodo e apparentemente libertario dell’“io l’avevo detto”.  Così, in base alla percentuale di testo, non si sentenzierà più la “sponsorizzabilità” di un’immagine, quanto invece la sua appartenenza a un preciso stile: se presenta poco o addirittura nessun testo, Facebook, contento, premierà il contenuto garantendogli tanta visibilità. In caso contrario, il colosso di Palo Alto torturerà psicologicamente il social media coso di turno, togliendogli sonno e appetito e addossandogli la responsabilità delle proprie decisioni, nella consapevolezza che la portata dei post sponsorizzati sarà inversamente proporzionale alla quantità di lettere presenti nel contenuto creativo.

Ecco le quattro possibili classificazioni in base alla quantità di testo rilevata nell’immagine:

ok

low

medium

high

Anche se Facebook ha in sostanza ribadito la sua contrarietà all’utilizzo di figure poco pulite, questa mezza novità porterà con sé alcune eccezioni che amplieranno comunque il raggio di manovra: con l’eliminazione della regola del 20% infatti non verranno più considerate come testo le copertine di libri e album, le locandine cinematografiche, le immagini dei prodotti, i poster di concerti, festival musicali, spettacoli ed eventi sportivi, gli screenshot di app e giochi, i testi giuridici e le infografiche (almeno così si vocifera). Loghi, filigrane e numeri continueranno invece a essere valutati come testo.

Ovviamente, come succede per ogni upgrade che si rispetti in casa Facebook, il cambiamento è ancora in una fase test e in Italia arriverà prossimamente.

Fonte: socialmediatoday.com

- lunedì 8 febbraio 2016

Super Bowl 50 – Tra sport, musica e pubblicità sempre più milionarie

Ieri si è disputato in California il 50esimo Super Bowl, una finale che ha visto i Denver Broncos conquistare  il loro terzo campionato, battendo a sorpresa i Carolina Panthers per 24 a 10.

gjL8PgYC

Come da tradizione, la serata di sport è stata arricchita dalla partecipazione di artisti internazionali. Così i 70.000 presenti al Levìs Stadium di Santa Clara, che si vocifera abbiano pagato in media quasi 5.000 dollari per aggiudicarsi un biglietto in seconda fila, hanno potuto ascoltare dal vivo The Star-Spangled Bannerintonato da una Lady Gaga decisamente in forma, e assistere alle performance di Coldplay, Bruno Mars e Beyoncé durante l’Halftime Show.

sb1

Con i suoi quasi 190 milioni di spettatori il Super Bowl è uno degli eventi più attesi e seguiti d’America. Un momento di grandissima visibilità che attira inserzionisti disposti a pagare l’incredibile cifra di 150 mila dollari al secondo pur di finire sotto lo sguardo interessato dei famelici mangiatori di ali di pollo fritte. Uno sguardo attento come dimostrato da una ricerca condotta a novembre del 2014 da YUME, dalla quale è emerso che per 8 americani su 10 gli spot trasmessi durante il Super Bowl sono parte integrante dello show.

184631
Dei tantissimi commercial ve ne presentiamo cinque. Quelli che ci sono piaciuti di più.

- mercoledì 20 gennaio 2016

Il fact-checking è in crisi? Intervista ad Alexios Mantzarlis (Poynter – Pagella Politica)

(intervista di Dino Amenduni)

Il fact-checking interessa ancora a qualcuno? Questa domanda è il titolo di un post scritto da Alexios Mantzarlis su Poynter, sito che fa riferimento a una scuola di giornalismo americana. L’analisi parte da numerose ricerche scientifiche che mettono in dubbio l’efficacia del costante disvelamento di bufale, inesattezze giornalistiche, fandonie di campagna elettorale, in particolare nel contesto americano. Ma se il fact-checking non funzionasse davvero, ci si ritroverebbe davanti a un rischio piuttosto significativo per la qualità dei processi democratici: l’avanzata pressoché indisturbata della disinformazione. Per questo motivo abbiamo intervistato l’autore dell’analisi per chiedergli se stiamo davvero entrando in un periodo storico più agevole per chi dice bugie.

 

1. Fare fact-checking sta diventando poco utile?

 

(Se dico sì l’intervista finisce qui? :D)

Più che poco utile direi che si deve evolvere. È chiaro che a circa dodici anni dal lancio di Factcheck.org e a sette dall’assegnazione del Premio Pulitzer a PolitiFact.com il contesto mediatico in cui i fact-checkers operano è cambiato drasticamente. Negli USA i fact-checkers sono ormai molto seguiti ma anche più controversi. Per quanto lo strumento rimanga relativamente popolare (vedi qui), c’è un divario non irrilevante e a dir poco preoccupante a seconda che si chieda ad elettori Repubblicani o Democratici. Molti commentatori si sono chiesti inoltre, vedendo le molte palesi falsità di Donald Trump, se il fact-checking non sia ormai da rottamare.

Io ritengo che aspettarsi che i politici, soprattutto in campagna elettorale, smettano di distorcere la verità semplicemente perché ci sono dei fact-checkers sia irrealistico e assolutamente il metodo sbagliato per misurare il successo dello strumento. Il fact-checking serve in primis agli elettori che vogliono informarsi, offrendogli uno spazio di informazione verificata piuttosto che dover leggere virgolettati riportati senza alcuna forma di scrutinio.

Nonostante Trump, ci sono anche casi in cui il fact-checking è servito a dissuadere i politici dal dire fesserie. Da Pagella Politica in Italia a Chequeado in Argentina, sono numerosi gli esempi di fact-checkers che hanno costretto un politico a correggersi. In maniera meno aneddotica, uno studio condotto nel 2012 da Brendan Nyhan di Dartmouth College e Jason Reifler dell’Università di Exeter ha preso 1,000 candidati a posizione elettive negli USA a livello statale e li ha divisi in tre gruppi. Al primo è stato detto: “Vi monitoreremo con il fact-checking e se dite una fesseria sarà super imbarazzante”; al secondo semplicemente “vi monitoreremo” e al terzo gruppo niente. Risultato? Il primo gruppo ha ottenuto meno verdetti negativi dai fact-checkers rispetto agli altri gruppi, nel loro Stato.

donald-trump-is-still-soaring-in-iowa--but-there-are-now-some-clear-warning-signs

2. Lo scenario che descrivi nell’articolo è valido solo negli Stati Uniti o sta prendendo una piega internazionale? Secondo te com’è la situazione italiana?

 

La maggior parte degli studi accademici sull’effetto del fact-checking o anche del debunking sono stati svolti sul mercato USA. Nyhan e Reifler, che ho citato nella risposta precedente, hanno però svolto uno studio dei lettori di Pagella Politica a fine 2015 i cui risultati verranno presentati in estate. Sono particolarmente curioso di scoprire se anche da noi c’è una reazione diversa al fact-checking a seconda del proprio credo politico e fino a che punto gli elettori più convinti di Renzi/Grillo/Salvini accettano un fact-checking che smentisce il proprio beniamino politico. Sicuramente il fact-checking in Italia è uno strumento più giovane e di nicchia che negli USA e quindi al momento sia meno potente che meno controverso.

FactCheckerSLIDER

3. Il fact-checking fatto all’interno di una sfida elettorale (cioè lo staff di un politico che sbugiarda il suo avversario) può risultare più o meno interessante, e più o meno credibile, del fact-checking fatto dai media?

 

Sicuramente meno credibile, anche se i media in Italia come negli USA godono più o meno della stessa reputazione dei politici. Tant’è che in giro per il mondo molti fact-checker non sono affiliati nemmeno a un gruppo editoriale. Una reazione che alcuni lettori avevano nei primi giorni di Pagella Politica era “chi vi paga” (meglio conosciuta su internet come KI VI PAGA?!_!???). Col tempo è diventato evidente che non c’era nessuno scopo politico dietro al sito e queste domande sono svanite. Mi sembra naturale che molti lettori di fronte al fact-checking “interessato” di una parte politica non si fidino delle conclusioni. Tant’è che negli USA spesso e volentieri i politici citano fact-checkers indipendenti per attaccare gli avversari.

(Salvo poi attaccare i fact-checkers quando questi se la prendono con affermazioni loro. Un fenomeno visto anche in Italia, con Brunetta che retwitta Pagella Politica quando ottiene “Vero” ma invita a studiare quando ottiene un “Pinocchio andante”).

Screenshot 2016-01-20 10.08.04

4. Nel tuo articolo scrivi che è difficile contrastare una “bugia sexy” (cioè una bufala suggestiva) con l’assai meno sexy debunking (cioè la dimostrazione che una bufala è, appunto, una bufala). Esistono secondo te tecniche, buone pratiche, strumenti che potrebbero rendere il lavoro di fact-checking più interessante? Ed esistono fasce di elettorato più sensibili di altre al debunking?

 

La citazione è di Caitlin Dewey, che fino a dicembre pubblicava una rubrica settimanale sul Washington Post online dedicata alla caccia alle bufale (hoaxbusting) più in generale (un mestiere che da noi svolge benissimo Paolo Attivissimo). Ci sono sicuramente delle best practice quando si parla sia di rendere il fact-checking più interessante che a renderlo più efficace. Già l’uso di verdetti coloriti (“Panzana pazzesca”) è pensato per invogliare il lettore a leggere un lungo pezzo pieno di statistiche e definizioni. Pagella Politica ha tentato con una mini serie di fact-checking animati a tradurre il suo contenuto in formati più accattivanti e popolari sui social media. Altrove mi sembra che l’uso di infografiche di ABC Fact Check, un format della TV pubblica australiana, siano efficaci. È poi fondamentale portare il fact-checking dove è rilevante al lettore. Quindi l’utilizzo dell’annotation su piattaforme come Medium o Genius permette ai fact-checker di operare direttamente sul discorso o articolo in cui viene citato un dato sbagliato, come è stato fatto con lo State of the Union di Barack Obama sia nel 2015 che quest’anno.

Per quanto riguarda l’efficacia è stato provato che ripetere l’affermazione falsa nel debunking (quindi dire “Non è vero che l’11 settembre 2001 migliaia di cittadini musulmani festeggiavano nelle strade del New Jersey”) può avere un effetto avverso perchè “rimette in circolazione” l’informazione falsa. Una persona che aveva già visto la falsità la vede in qualche modo ripetuta. Meglio titoli con la spiegazione alternativa tipo “l’11 settembre 2001 le strade del New Jersey erano vuote e silenziose”.

Screenshot 2016-01-20 10.09.29

5. Per anni Internet è sembrato il posto giusto per mettere a nudo le retoriche politiche basate sull’inganno e sulla mistificazione. Questo scenario è ancora verosimile o dobbiamo arrenderci all’idea che vince chi la spara più grossa, anche nell’era dei social media?

 

Arrendersi mai!  Certo, il fatto che su Facebook si stiano creando degli “echo chambers” in cui un utente vede solo opinioni che rafforzano la propria serve a sottolineare che internet (come la tv e la carta stampata in precedenza) è un mezzo neutrale e non porta automaticamente a maggiore trasparenza ed accountability. Per ogni gruppo di squattrinati idealisti che si possono permettere di lanciare un sito di fact-checking grazie ad internet c’è un regime antidemocratico che paga decine di troll per diffondere teorie complottistiche e disinformazione. Io rimango ottimista. Così come le campagne elettorali si giocano sugli elettori indecisi anche il fact-checking alla fine finirà per convincere non gli accaniti sostenitori dell’uno o dell’altro pensiero politico ma chi è pronto a mettere in questione anche i propri preconcetti. L’importante, mi ha detto Attivissimo in passato in un pensiero che sottoscrivo, è che chi vuole cercare la verità la possa trovare online.

- venerdì 15 gennaio 2016

Obama, Stefania Sandrelli e la credibilità per dirlo

(post di Maria Cafagna)

Attenzione, spoiler. In questo post si parla di un film e di come finisce, per cui se non avete visto C’eravamo tanto amati non andate oltre, ma prima vergognatevi perché quelli sbagliati siete voi.

c'eravamo

Dicevamo, C’eravamo tanto amati. Fuori da una scuola elementare della Garbatella, storico quartiere popolare di Roma, un uomo rivede la donna che ha lasciato molti anni prima: lei nel frattempo ha avuto un figlio e ha sposato l’amico che li aveva presentati, ma non necessariamente in quest’ordine; lui ha sposato la figlia di un ricco palazzinaro un po’ per interessi un po’ per caso, diventando egli stesso palazzinaro; è ricco e infelice, ama ancora lei, la garabatellara, non ha mai smesso di pensarla e glielo dice. Lei, no. E glielo dice proprio così, “eh ma io no”.

Dopo due ore di film, una guerra partigiana, un tentativo di suicidio, il boom economico e la Dolce Vita, lei la chiude lì, e non c’è bisogno di aggiungere altro. Lui capisce, lei pure, il film termina qualche minuto dopo ma poteva anche finire lì. Titoli di coda, musiche di Armando Trovajoli.

C’eravamo tanto amati è uscito 41 anni fa e da allora, in un film ricco di battute memorabili, la più citata rimane “eh ma io no”, seconda solo a “la nostra generazione ha fatto schifo”, vuoi perché quarant’anni dopo le storie continuano a finire e le generazioni continuano a fare schifo, vuoi soprattutto perché quella battuta arriva al momento giusto ed è pronunciata dalla persona giusta. Insomma, non è solo coerente con la storia fino a lì raccontata, ma è coerente col personaggio che la pronuncia e con il percorso che ha fatto e all’approdo a cui è giunto.

Qualche giorno fa Barack Obama ha tenuto il suo ultimo discorso allo Stato dell’Unione in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America. Ha esordito con “sarò breve”, la migliore delle premesse possibili. Il suo discorso ha ripercorso alcune delle principali tappe dei suoi due mandati: lotta alla disoccupazione, alla dispersione scolastica, alle emissioni, al terrorismo. Al termine dell’elenco ha detto “it was the right thing to do”. E ha dichiarato di voler chiudere Guantanamo perché “it’s the right thing to do”.

Cosa hanno in comune Barack Obama e Stefania Sandrelli? Entrambi hanno un ottimo script ed entrambi sanno come interpretarlo, ma soprattutto hanno la credibilità per farlo.
 Perché la battuta a effetto non è l’invenzione geniale di uno sceneggiatore, né di un guru. O meglio, un bravo sceneggiatore e un bravo guru sanno che alla perfezione della sintesi ci si arriva e non senza fatica. Ma non basta. La battuta deve essere pronunciata dalla persona migliore per quella parte.

Schermata 2016-01-15 alle 17.19.58

Un esempio? Provate a immaginare Sophia Loren pronunciare “eh ma io no”; provate a immaginare G. W. Bush che dice “it’s the right thing to do”. Non è detto che la battuta (o il claim) non sarebbero ugualmente d’impatto, ma avrebbero una connotazione diversa: basta cambiare la voce, basta cambiare la faccia, basta cambiare il “da dove veniamo”.

Non esistono battute memorabili di per sé, né strategie vincenti di per sé: un pessimo interprete può rovinare un film strepitoso, un pessimo film può essere salvato da una grandiosa interpretazione (Colazione da Tiffany, per dirne uno). 
La migliore delle proposte di legge può essere bruciata per lo stesso motivo: pessimo interprete, pessimo tempismo, o entrambi.

Percorso personale e politico, tempistica e interprete fanno il successo di una battuta o di un discorso, lo rendono memorabile, lo rendono citabile, lo rendono eterno. Ma soprattutto la rendono credibile. “It’s the right thing to do”, direbbe Lui.

- venerdì 15 gennaio 2016

Cos’è e cosa non è lo storytelling politico (per noi)

(Post e slide di Dino Amenduni)

Pesci rossi, gufi, Yes We Can, campagne elettorali e referendarie.
L’espressione ‘storytelling’, spesso accompagnata dall’aggettivo ‘politico’, è diventata parte del dibattito pubblico. A volte, a dir la verità, un po’ a sproposito.

Noi abbiamo deciso di contribuire alla discussione su quali siano le caratteristiche dello storytelling politico e quali siano i confini di ciò che può essere definito ‘narrazione’ attraverso una presentazione che parte da elementi teorici e poi prova a individuare gli elementi tecnici fondamentali, separandoli dalla fuffa.

Le sette idee che leggete sono provvisorie e opinabili. Se volete, via al dibattito!

- martedì 5 gennaio 2016

5 spot che hanno conquistato il mondo nel 2015.

Il 9 dicembre scorso YouTube ha comunicato gli Ads Leaderboard 2015, ovvero la classifica dei dieci spot più popolari dell’anno. A guidare la selezione sono stati, come sempre, la durata e il numero delle visualizzazioni organiche, l’engagement, la fidelizzazione.
In totale i video hanno ottenuto più di 470 milioni di visualizzazioni. Ma il dato nuovo e (non tanto) sorprendente è che questa volta i 2/3 delle views sono arrivate da mobile.

Dalla Top Ten ne abbiamo estratti cinque. Ve li proponiamo in ordine sparso di gradimento. Il nostro ovviamente :)

1) Clash of Clans: Revenge (Official Super Bowl TV Commercial)

Creative Agency: Barton F. Graf
Visualizzazioni: 94.400.807

La carta vincente di questo commercial è la riproposizione in chiave parodistica dell’ormai celeberrima conversazione telefonica, tratta dal primo film della saga Taken, tra l’ex agente della CIA Bryan Mills e il sequestratore di sua figlia.

 

2) “Slap her”: children’s reactions
Visualizzazioni: 31.461.360

Quando il compito di sensibilizzare sulla violenza contro le donne viene affidato alla potente ingenuità dei bambini, i risultati possono essere davvero sorprendenti. Fanpage.it con questa iniziativa conferma che non sempre occorrono investimenti milionari per guadagnarsi un posto nell’olimpo della viralità. Complimenti a Luca Iavarone.

 

3) Love Has No Labels | Diversity & Inclusion | Ad Council
Creative Agency: R/GA
Visualizzazioni: 56.072.560

I pregiudizi sono vecchi come il cane di San Rocco ma non muoiono mai. E allora l’organizzazione americana Ad Council ha escogitato un sistema per rimuoverli, ponendo gli interlocutori in uno stato di piacevole confusione e fervente attesa. L’originale effetto sorpresa ha così permesso di raggiungere milioni di utenti.

 

4) Hyundai : A Message to Space
Creative Agency: Innocean Worldwide
Visualizzazioni: 69.980.925

Può un’automobile aiutare la piccola Stephanie a contattare il suo papà che vive e lavora nella pace assoluta dello spazio? La risposta chiaramente è sì, ma come? Spettacolarità e un percettibile cambiamento di rotta che sposta il prodotto dal centro preciso dell’attenzione sono gli elementi che conferiscono viralità a questo video.

 

5) Durex – #Connect – Official
Creative Agency: Havas
Visualizzazioni: 37.547.779

Come reagireste se qualcuno vi dicesse che il vostro smartphone è dotato di una nuova tecnologia in grado di rendere straordinaria la vostra vita sessuale? Durex vince perché risponde a una richiesta sempre più fragorosa.

- martedì 22 dicembre 2015

Il real-time marketing? Troppo lento: arriva il ‘moment marketing’

(Post di Dino Amenduni)

Censuswide, un istituto di ricerca inglese, ha studiato i tempi di reazione di aziende che lavorano nel campo del digital marketing e in particolare la loro capacità di produrre campagne online in risposta a eventi particolarmente significativi accaduti offline (tutto ciò che in questi due anni è stato definito “Real Time Marketing”).

I dati sono disponibili nella tabella che vedete qui sotto e sono piuttosto impressionanti: più della metà dei digital marketers del Regno Unito dichiarano di poter produrre una campagna di marketing in tempo reale entro i primi 30 minuti successivi al “fatto” offline (c’è anche qualcuno che dichiara di essere in grado di produrre campagne entro i sessanta secondi successivi. Vorremmo conoscerlo).

 

Screenshot 2015-12-22 17.56.44
EMarketer, rivista specializzata che ha pubblicato la tabella, parla della nascita di un’evoluzione del real time marketing, il “moment marketing” e la descrive come possibile grande sfida di comunicazione per il 2016.

Questa ricerca illustra molto chiaramente che la bagarre, e dunque la lotta per l’attenzione (e per l’approvazione degli utenti, il fine ultimo di questa corsa alla pubblicazione rapida), tenderà a crescere esponenzialmente, oltre ad accorciare i tempi utili per produrre una campagna in tempo reale: i primi trenta minuti post-evento sembrano dunque il vero banco di prova per i comunicatori digitali.

Questa tendenza non appare troppo dissimile da ciò che Dan Pfeiffer, giornalista della CNN, ha rilevato qualche mese fa parlando dei confronti televisivi tra candidati: nei primi 20 minuti dopo la fine di un dibattito è possibile lavorare sui social media in modo da offrire uno “spin” favorevole a uno specifico candidato, enfatizzando i momenti migliori dei suoi interventi. Secondo Pfeiffer, una capacità di mobilitazione molto forte sui social media in questi fatidici venti minuti può portare i media a rivedere la propria posizione sul confronto stesso: un giornalista/un addetto ai lavori potrebbe così assistere al dibattito televisivo e farsi un’idea su vincitori e sconfitti, ma potrebbe poi cambiare idea in corsa se le risposte del web dovessero apparire credibilmente distoniche rispetto alla propria analisi.

È dunque opportuno farsi prendere da una sorta di panico della prima mezz’ora?. Sì, ma fino a un certo punto. Emarketer suggerisce di non utilizzare la velocità come unico parametro di efficacia di un’azione di digital marketing ma di valutare piuttosto la pertinenza tra identità di brand, tipologia e tono del messaggio che si intende lanciare, ed evento offline su cui lavorare.

Ci sono organizzazioni la cui rapidità online potrebbe trasformarsi addirittura in un boomerang, se (per esempio) i suoi utenti/clienti non sono abituati a ricevere i prodotti/servizi chiesti con la stessa solerzia. Ci sono toni e tipologie di campagne che non tutti i brand possono incarnare (non tutti possono essere ironici, quasi nessuno può esserlo solo online). Soprattutto, ci sono eventi che non è opportuno “commentare” con campagne di real-time marketing, per esempio gli episodi di attualità drammatici.

Per tutte queste ragioni, secondo lo studio, sarebbe il caso di aggiornare la definizione di Real-Time Marketing e anche di non considerare il “Moment Marketing” come unica opzione possibile, ma piuttosto iniziare a parlare di “Right-Time Marketing”: il messaggio giusto, dal mittente giusto, alla velocità giusta (se possibile, ma non necessariamente, elevata). 

- giovedì 12 novembre 2015

MotoGP – Sul web e dal parrucchiere non si parla d’altro.

di Elena Grillo

Diciamolo, fino a due settimane fa l’unica cosa interessante del MotoGP era lo sguardo profondo di Pedrosa. Sono bastate le polemiche delle ultime 2 gare per farlo diventare l’argomento più appassionante e intrigante prima dell’inizio de “Il segreto”.

Lorenzo che aggredisce Rossi, Rossi che offende Marquez, Marquez che fa un po’ quel cavolo che gli pare. E tutta intorno una macchina economica macinamilioni che riesce a stento a stare dietro agli umori dei piloti vip.

Gli sponsor indietreggiano: Sector abbandona Lorenzo perché “il suo comportamento non rispecchia più i valori di sportività” cui si ispira il brand, Gas rompe con Marquez per l’importante danno di immagine all’azienda dovuto al suo comportamento nei confronti di Rossi (va detto che sono entrambi marchi di aziende italiane), la Honda… la Honda crolla sotto il peso delle polemiche online dei 150.000 fan che inneggiano #iostoconvale e non gradiscono la dichiarazione del Vicepresidente Nakamoto a difesa di Marquez “Non possiamo accettare le parole di Valentino, non ci sono prove a sostegno. Ha perso il Mondiale per 5 punti, cosa difficile. Ma la sua è la visione di una sola persona, non è la realtà”.

Beh, tanto sola non direi.

L’analisi di Reputation Manager, principale istituto italiano nell’analisi e misurazione della reputazione online dei brand, riporta una fotografia a dir poco preoccupante per la casa automobilistica di Tokyo: se fino a ottobre 2015 il brand godeva di una percezione ottima con l’87% dei contenuti positivi, dopo la gara di Valencia il marchio è stato bersagliato da commenti negativi, accuse di complottismo e proposte di boicottaggio. In pochi giorni, i commenti negativi hanno raggiunto l’89%.

reputazione-honda-motogp

Certo, si tratta solo dello 0,6% del complesso dei contenuti on line sulla Honda spiega Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager , “ma l’inversione del sentiment ci dimostra con chiarezza quanto un evento in poche ore possa incidere negativamente su una solida reputazione”.

Le polemiche hanno intaccato, in particolare, i valori profondi del brand, associato fino a giugno oltre che alle performance eccezionali delle sue moto e alla sua grande storia, proprio al valore della sportività, oggi completamente negato.

La maggior diffusione del caso è stata raggiunta attraverso i social network (84,6%). Facebook e Twitter sono i canali che hanno veicolato principalmente la protesta dei tifosi e dei sostenitori di Valentino Rossi che hanno creato pagine e gruppi come Boicott #Marcmarquez93 Boicott #Honda!Boicotta Marquez, la Honda e tutti i loro sponsor.

Anche molti influencer, come Elisabetta CanalisEzio Greggio, Francesco Facchinetti, Simona Ventura e Luca Argentero si sono schierati con Valentino, esprimendo il loro sostegno al campione italiano, dissenso per quanto è accaduto a Valencia o condividendo meme ironici su Marquez.

Neanche la Volkswagen a suo tempo è riuscita a fare male come la Honda. E infatti il tasso di commenti negativi calcolato a tre settimane dall’inizio del diesel-gate, ha raggiunto “solo” l’88%.

biscottone

- mercoledì 11 novembre 2015

Pubblicità sì. Ma come dico io.

(Post di Michela Tota)

Alzi la mano chi non vuole più ricevere offerte promozionali. E nessuno (o quasi) rispose. I ricercatori della MarketingSherpa (infografica visibile qui) ci hanno visto giusto: i consumatori non sono stufi della pubblicità, non sono irritati dalle offerte promozionali, ma vogliono scegliere come e soprattutto quando essere contattati.

Analizzando i risultati del sondaggio infatti viene fuori che:

1. Solo l’8% degli intervistati non vorrebbe più ricevere alcuna comunicazione. Tutti gli altri le promozioni le vogliono ancora e ci dicono anche come.

2. Esiste una gran varietà di mezzi per comunicare con il cliente finale. Impariamo a utilizzarli tutti.

chartofweek-02-03-15-lp

La massificazione e l’invio indiscriminato delle comunicazioni non piacciono più. E i dati rivelano interessanti sorprese: a fronte di un prevedibile 74% degli intervistati che dichiara di preferire le email, c’è un buon 48 % che invece è ancora affezionato al caro vecchio volantino, perché un buono sconto – direttamente nella cassetta della posta – fa sempre piacere purché sia di un prodotto che ci piace.  A ruota arriva la TV che si conferma come uno dei mezzi ancora amati dai consumatori e supera solo di poco la carta stampata (annunci stampa), preferita dal 31% degli intervistati. Scendendo sotto la soglia del 20% troviamo gli sms, il telemarketing e le nuove frontiere della comunicazione digitale che rappresentano un dato in forte crescita, soprattutto per la generazione dei millennials, ma ancora lontano dal raggiungere risultati significativi, ovvero i social media e i video on line (Vine, YouTube, etc).

3. Innovazione sì, ma con cautela. L’offline e i consigli degli amici sono ancora il più potente strumento di informazione per i consumatori.

Per il 59% degli intervistati passeggiare tra gli scaffali di un negozio fisico è ancora uno dei modi migliori per scoprire le novità della stagione in arrivo, seguito dal consiglio dei parenti e degli amici che hanno già provato il prodotto. Il web, inteso come ricerche sui motori, si posiziona al terzo posto, mentre la carta stampata (articoli sui magazine e annunci stampa) guadagna un buon posizionamento al quarto e quinto posto, con uno scarto di pochi punti in più rispetto alle versioni online. Un risultato che arriva a sorpresa, soprattutto in considerazione del clima di recessione che sta vivendo in questi ultimi anni il comparto dell’editoria.

Scendendo ancora nella lunga classifica, troviamo i consigli degli amici on line, i suggerimenti dei commessi nei negozi, fino ad arrivare all’ultima posizione che riguarda i suggerimenti automatici dei siti di e-commerce.

preferred-promotions-01-2015

4. Non si vince con la quantità ma con la qualità.

I risultati di questo sondaggio ci portano a una conclusione ancora più significativa: l’analisi dei dati e la conseguente profilazione del cliente, già ritenute di grande importanza dai marketer di tutto il mondo, diventano ora strategiche. E riuscire ad avere database qualificati è la nuova sfida degli esperti di marketing. Perché da oggi a vincere non sarà chi avrà fatto più offerte. Ma chi, analizzando i dati, sarà riuscito a proporre offerte sempre più mirate e studiate per ogni tipo di cliente.